giovanni del giaccio – #unaltracittà

Ranucci show, minacce e silenzi. Se ci fosse un investigatore…

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Sono trascorse 24 ore dallo show dell’assessore all’ambiente del Comune di Anzio, Giuseppe Ranucci, e in Comune tutto tace. Non parla il sindaco, stanno in silenzio assessori e consiglieri di maggioranza. Il video ha fatto il giro del mondo dei social tanto amati quanto odiati dal primo cittadino, la notizia è finita sui media nazionali, ma finora all’assessore tutto è concesso. Anzi, i suoi accoliti e non solo lo definiscono come un eroe sugli stessi social. Peccato che quel pessimo spettacolo – per quante ragioni possa accampare Ranucci – è indegno di chi amministra una città. Domani se un vigile ferma una persona qualsiasi, magari politicamente vicina a questa amministrazione, come fa a dirgli di rispettare una regola? E quella persona è autorizzata a dare dell’imbecille, del miserabile, a bestemmiare e tutti gli annessi e connessi che abbiamo sentito, o non? Può, alla stregua dell’assessore che ha interrotto un pubblico servizio, oltraggiato, minacciato, chiedere di chiamare i superiori, il comandante, dire che se arriva il sindaco gli dà “uno schiaffo in capoccia”? Ecco, dire che ha agito da imprenditore e non da politico è una foglia di fico, dispiace per la salute anzi auguri di pronta guarigione, ma risulta che sia andato in ospedale per un codice bianco, mentre il dirigente della Polizia locale ha preso la strada della Procura della Repubblica e il video è stato acquisito dalla Polizia di Stato. Ecco, a questo punto occorre andare oltre. Se siamo arrivati fin qui è per quello che qualche giorno fa ha detto il sindaco e cioè che “le vie della politica sono infinite”. Anche se Ranucci è ancora al suo posto, evidentemente. Ma sapete cosa c’è? “Ha ragione lui”, come sento ripetere da più parti, oppure “Ha sbagliato il metodo, ma….”. Ecco dove siamo arrivati – non da oggi – a chi strilla di più. A chi minaccia di più. A una città fuori controllo che – dispiace per l’assessore – ha responsabili solo in chi la governa e lui è tra questi.

Allora, se ci fosse un investigatore di buona volontà, domani mattina convocherebbe Ranucci dicendogli che è indagato per quello “show”, ma poi si farebbe raccontare tutto. Le persone “sistemate”, i favori, i carri armati per fare le battaglie, perché ce l’avrebbero con lui, il motivo per il quale dopo l’assegnazione di una gara a una palestra diversa dalla sua ha dato in escandescenza a Villa Sarsina senza che nessuno facesse nulla, quello per il quale interruppe – impunito – i lavori del consiglio comunale o perché nel passaggio da Giva a Parco di Veio, nel 2014, andò a fare un medesimo show minacciando e picchiando. Vicenda, pensate, per la quale è a giudizio e tra le vittima c’è il funzionario responsabile del suo assessorato. Solo l’anticorruzione del Comune di Anzio non se n’è accorta.

Ecco, servirebbe un investigatore, un procuratore che ad Anzio e Nettuno abbiamo visto di rado, uno di buona volontà ad ascoltare l’assessore che “chiamate la magistratura, poi racconto io”. Uno che si mettesse a fare i collegamenti che vanno dalle “cooperative di Italo” citate in un’inchiesta che doveva prendere ben altra china, all’indagine su Giva e Parco di Veio, da Malasuerte a Ecocar e Touch Down, dalle “27 proroghe” a chi gestiva un impianto pubblico senza pagare un euro ed evadendo l’Iva, nel frattempo amministrando Anzio. Uno che leggendo le intercettazioni sulla Biogas e il terreno per il secondo impianto, con tanto di nomi e cognomi, cominciasse a tirare le fila. Uno che avesse voglia di risalire a certi investimenti che sarebbero impossibili per comuni mortali lontani dalla politica, ad alberghi chiusi con ordinanze del sindaco che diventano centro di accoglienza per i migranti, distributori di benzina ai quali paghiamo i danni, decreti ingiuntivi non opposti e diventati debiti fuori bilancio. Perché no, una società che doveva fare il porto e non presenta bilanci…. A capire chi sono i “ricattatori seriali” dei quali ha parlato il sindaco, se davvero fu pagata una tangente sull’appalto delle mense anni fa e se veramente le tensioni con l’assessore all’ambiente sono riconducibili – come si dice – al prossimo appalto dei rifiuti. Per non parlare del fatto che conferiamo con una procedura singolare il verde alla biogas per la quale qualcuno voleva andare all’Onu. Servirebbe, forse, a comprendere perché spararono a casa di Placidi e Alessandroni, bruciarono le auto a Zucchini e al compagno dell’ex assessore Nolfi. Perché no ai toni “accesi” nei confronti di un consigliere non eletto che andava a chiedere gli atti di suoi colleghi rispetto alla regolarità dei tributi. Ancora, un magistrato di buona volontà che capisse perché l’ex segretario Savarino e la dirigente Santaniello hanno denunciato pressioni, chi ha mandato i proiettili all’ex segretaria Inches. Un investigatore che ricostruisse la vicinanza di una società finita nell’inchiesta di camorra ad Avellino, ma con sede ad Anzio. E la vicinanza di noti pregiudicati a sostegno di certi eletti se non quella delle famiglie di ‘ndrangheta. Troverebbe tanti volti noti della maggioranza di ieri e di oggi – che in fondo è sempre quella – gli stessi nomi di Malasuerte in più occasioni. Magari anziché soprassedere come è stato in passato, indagherebbe sui “soci elettori” dei quali si legge in altra inchiesta, sul rapporto tra politica e camorra emerso proprio nell’indagine partita su un’estorsione per i parcheggi al porto e i soldi che finivano al boss Raffaele Letizia. Storia nella quale hanno pesato “le pressioni esercitate dalla politica” come si legge nella sentenza. Nessuno ha avuto il coraggio di indagare su quelle pressioni. I parcheggi al porto, rieccoci all’inizio, alle “cooperative di Italo”.

Non c’è stato quel magistrato e forse non ci sarà, ma tutti questi intrecci erano e sono ben noti al Prefetto di Roma, al Ministro dell’Interno, alla commissione parlamentare antimafia. I responsabili di quello che accade oggi, di quel mondo fatto di “sistemazioni”, “favori”, minacce, impunità e chi più ne ha ne metta, urlate da Ranucci, sono da un lato il prefetto di allora – Paola Basilone – dall’altro il ministro dell’epoca, Marco Minniti. La situazione con una commissione d’accesso – pronta e bloccata dalla politica, come ha raccontato il sindaco – sarebbe stata congelata e forse non saremmo a questo punto. Dal quale si esce con un solo gesto nobile: le dimissioni del sindaco e un sano e duraturo commissariamento. Non basta che Ranucci paghi per tutti, a maggior ragione quando il figlio – consigliere a Nettuno – scrive sui social “dobbiamo preservare le nostre famiglie, non si sa cosa ci può succedere”. È un’affermazione gravissima.

Per quanto attiene a chi scrive, è noto che tentai invano l’impresa di diventare sindaco. Ringrazio il nostro Santo Patrono di non avercela fatta, temo che oggi non sarei qui a scrivere per l’idea che avevamo di amministrazione, lontana anni luce da questa. Ricordo bene, però, l’unico intervento in consiglio comunale, al termine del quale fui anche aggredito verbalmente da un allora assessore. In quell’intervento si diceva al sindaco che da quel momento c’era un solo responsabile di una maggioranza che affondava le radici in vicende che penalmente erano delle persone coinvolte, ma politicamente disdicevoli: lui.

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