Chi ha sparato a chi? Questa (e altre) mezze notizie

Nei giorni scorsi le cronache locali si sono occupate di un episodio molto grave. Gli spari a Santa Teresa, ad altezza d’uomo, verso una palazzina. I Carabinieri hanno fatto sapere di aver arrestato un ragazzo di 20 anni, hanno diffuso il video delle telecamere di sorveglianza che riprendono una scena che di solito vediamo in zone di ben altra criminalità, e lì si sono fermati.

Le forze dell’ordine, ormai, sono specializzate anche nel fornire supporti fotografici e video che accontentano le esigenze dei siti e dei giornalisti. Ma chi è il ventenne che ha sparato? Con chi ce l’aveva? Mistero. Se va bene, ormai, ottieni le iniziali di arrestati anche con decine di chilogrammi di droga, in nome di una privacy che viene interpretata a soggetto da chi – quale fonte – fornisce l’informazione e decide. Si tratti di un esponente delle forze dell’ordine o di un magistrato.

Si dimentica – e i primi a non ricordarlo sono i giornalisti, a maggior ragione a livello locale – che quanti svolgono questo straordinario lavoro non sono e non hanno da essere dei passacarte. Certo, ci sono i rapporti da mantenere. Certo, l’arrestato non è un condannato. Ma diamo una ripassata al codice di autoregolamentazione della privacy che i giornalisti si sono dati e andiamo a vedere: rilevanza sociale del fatto, particolare evento e via discorrendo.

E allora? Si deve sapere o meno chi ha sparato e verso chi erano diretti quei colpi? Certamente sì, ma gli investigatori non danno nomi e anzi invitano a non chiedere oltre. Ebbene, sarebbe ora che se vogliono che diamo mezze notizie, cominciamo a scrivere che l’ufficiale P.C. e il magistrato Z.M. hanno riferito che…. Privacy per chi compie atti rilevanti socialmente e sul nome dei quali il giornalista ha una deontologia che stabilisce quali pubblicare e quali non? Privacy per tutti . E’ una provocazione, evidente, ma di fronte alle mezze notizie qualcosa va pur sostenuto.

Dagli spari al voto imminente a Nettuno e alla campagna su Anzio che è già nel vivo. Ebbene titoloni, annunci e analisi su Danilo Fontana – consigliere comunale di Anzio e consigliere dell’area metropolitana di Roma – che si candida a Nettuno. Fa un comunicato senza sconti, parla di “vecchi volponi” della politica, è una cosa che fa certamente notizia. Soprattutto se va a sostenere Nicola Burrini che ha il suo riferimento – nel Pd – tra quanti secondo Candido De Angelis (che Fontana sostenne e del quale è alleato) votarono Bruschini al ballottaggio di Anzio. Bene, ma poi? Fontana non può candidarsi per legge, a meno di dimettersi da consigliere comunale e perdere anche l’area metropolitana o diventare assessore. Lui si guarda bene dal farlo sapere, ma i giornalisti di casa nostra lo sanno. Da una parte la notizia non esce, dall’altra si dice che “ha rinunciato“.

E’ solo un esempio delle mezze notizie di casa nostra. Liberissimi, tutti, di fare come vogliono. Ma un po’ di attenzione in più non guasterebbe. Per i lettori, anzitutto.

Ciao Umberto, farai un giornale anche lassù

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Umberto Celani, foto tratta da Ciociariaoggi.it

Vallo a spiegare a chi studia Scienze della comunicazione, ai giovani che si avvicinano a questo lavoro con l’aria da “professorino“, vaglielo a dire che la candidatura di Piero Marrazzo alla Regione Lazio fu un “buco” che avevi dato a tutti. “Lascia l’apertura, la facciamo uguale su Frosinone e Latina, la notizia ce l’ho io….“. Tu, caro Umberto Celani, e nessun “solone” di quelli che interpretano, analizzano, comprendono…

Sapevo che non stavi bene, non ci sentivamo da tempo, ma oggi che te ne sei andato voglio ricordare quel “buco” e prenderlo ad esempio. Ne avrai dati chissà quanti nella tua lunga carriera, oggi i colleghi di Frosinone perdono senza dubbio un punto di riferimento e un maestro, quello che scrive Alessio Porcu riassume l’essere non solo tuo ma di questo mestiere. La notizia prima di tutto, da scrivere sempre. Il resto è noia.

Ci eravamo incontrati (e scontrati) quando tu dirigevi Ciociaria Oggi e io ero appena arrivato a Latina Oggi, ci eravamo ritrovati una sera che non funzionando il sistema venimmo a “chiudere” a Frosinone. Poi tu avevi lasciato Ciarrapico e avevi fondato un altro giornale, nel quale mi chiamasti per provare a far funzionare l’edizione di Latina. Un anno intenso, difficile, bello. A La Provincia ho avuto sempre carta bianca, perché alla faccia di chi guida le città le notizie vengono prima di ogni altra cosa.

Non andava come speravi, come aveva immaginato un editore che ti aveva dato credito ma se ne sarebbe andato – un po’ come il Ciarra del quale ricordavamo aneddoti di ogni genere – di fronte alle difficoltà. Latina chiusa, Frosinone dove eri stato in grado di ricominciare, comunque.

Perché farai un  giornale anche lassù, ne sono certo. Perché possiamo definirti burbero, scontroso, pazzamente juventino, certamente generoso, rude nei confronti dei giovani che capivi potevano fare questo lavoro, ma a “fare” il giornale non sei stato secondo a nessuno. Facile dirigere la filarmonica di Vienna  anche se di musica capisci poco, difficile far suonare la banda di Caianiello, mandare avanti la baracca e vincere… Ecco, hai formato generazioni di provetti musicisti, restiamo nella metafora, lo dicono i ricordi usciti oggi

Ai tuoi familiari, a Tiziana e a Umbertino che conobbi – piccolissimo – proprio in redazione a La Provincia, un forte abbraccio. A te, caro Umberto, semplicemente grazie.

Il problema intercettazioni, quello della “dichiarazia”

 

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La manifestazione contro la legge bavaglio a Latina nel 2010

Nel suo libro “Dichiarazia” Mario Portanova raccoglie ciò che i politici del nostro Paese hanno detto in diverse occasioni. Destra o sinistra cambia poco, c’è sempre una “giustizia a orologeria”, qualcuno “fazioso” o che “strumentalizza”, un avversario che “demonizza”. Sono dichiarazioni fatte all’Ansa, agenzia dove potrebbero copiare ciò che Tizio o Caio hanno detto anni fa e riproporlo oggi, di fronte a una vicenda spinosa come quella di Potenza, per Renzi e i suoi.

Il problema, al solito, sono le intercettazioni telefoniche. Strumento investigativo eccezionale, usato quando ce n’è bisogno, abusato quando c’è da inserire i dialoghi nelle ordinanze di custodia e negli atti di indagine che – notificati ai diretti interessati o comunque alle parti – diventano pubblici. E finiscono in mano a quei birbanti di giornalisti, i quali dovrebbero girarsi dall’altra parte di fronte alle intercettazioni….

Certo, farebbero meglio a riportare solo i dialoghi inerenti l’indagine, le regole dicono questo, ma se c’è un abuso esistono anche sanzioni che vanno comminate. In realtà di fronte a ciascuna indagine che esce e a dialoghi noti, ricordiamolo, alle parti, il problema sono sempre le intercettazioni. Com’è? “Offensiva mediatica“, in puro stile “dichiarazia”. Nessuno che si preoccupi, mai, dell’accaduto. Sempre a guardare ciò che è pubblicato. Un po’ come l’arrestato per tangenti uscito dal carcere per decorrenza dei termini che mi disse: “Devi stare attento a quello che scrivi” e al quale risposi: “Tu devi stare attento a quello che fai, se tu non fai, io non scrivo“.

La fedele ricostruzione fatta nel film 1992 dell’episodio nel quale viene trovato sangue infetto in celle frigorifere nasce dalle intercettazioni telefoniche della Guardia di Finanza di Trento. Quando gli uomini delle Fiamme gialle sentono parlare di “monnezza” approfondiscono e arrivano a scoprire uno degli scandali italiani impuniti. Le intercettazioni servono, allora, vanno vagliate quelle da utilizzare, ma è ora di smetterla con i tentativi di bavaglio. Arriverà una legge entro l’estate” dopo la vicenda di Potenza ma è bene ricordare che da Clemente Mastella in poi – ma tentativi ci furono anche prima – si è finora provato invano a mettere il bavaglio.

E’ chiaro che i giornalisti erano, sono e saranno vigili. Questa l’ultima dichiarazione del presidente dell’Unione Cronisti, Alessandro Galimberti, ma ci sono anche quella della Fnsi del 2015, ancora l’Unci due anni fa , prima ancora il quaderno sul disegno di legge Alfano, la manifestazione al Pantheon,  lo sciopero del 2010 e la ricostruzione della battaglie che vanno avanti dal 1993.

Tanti dei politici – di ogni schieramento – che hanno provato a imporre limitazioni oltre quelle esistenti (e da rispettare, è bene ribadirlo) sono ancora in piena attività. Altri si sono puntualmente lanciati nella “dichiarazia” sull’argomento: ah, se avessero votato la nostra legge….

I problemi sono altri, ma è meglio non occuparsene. E se come recitava un vecchio spot, una telefonata allunga la vita, nell’ultimo caso noto alle cronache con una telefonata si cerca di fare pressioni. Per questo le intercettazioni danno fastidio.

Candidato all’Inpgi, quello che vogliamo fare

Ho scritto poco fa una mail rivolta ai colleghi, ripropongo qui il testo per raggiungerne anche altri che eventualmente non erano nel mio indirizzario.

Cari colleghi,
so che molti in questi giorni hanno ricevuto una serie di mail di candidati all’Inpgi e che ciò ha creato più di qualche fastidio.
Sono candidato anch’io, tra gli “attivi” e questa è l’unica mail che vi mando. In allegato trovate i punti sui quali si basa la proposta di informazione@futuro e i candidati per i diversi profili.

Il nostro istituto di previdenza è in una situazione drammatica, noi che non abbiamo mai avuto ruoli al suo interno (al contrario di molti candidati che si ripresentano, dimenticando di aver votato la stragrande maggioranza delle delibere) vogliamo evitare che finisca all’Inps con la decurtazione delle pensioni presenti e future.

Partiamo dal documento approvato all’unanimità dal direttivo di Stampa Romana e ci prendiamo l’impegno di rispettarlo.

Se saremo eletti trasparenza e informazioni continue sulla situazione dell’Inpgi saranno la nostra linea guida.

Sulla vicenda Camporese/Sopaf siamo l’unica associazione che ha chiesto le dimissioni del presidente e la costituzione di parte civile dell’Istituto, ma riteniamo anche che la dirigenza tutta ha cercato di nascondere la polvere sotto al tappeto e poi si è arroccata nel suo fortino.

Sempre a proposito di bavaglio, attenti che giovedì…

Riporto il documento del segretario dell’Associazione Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, sulla vicenda della legge-bavaglio. Richiamando l’attenzione di chi segue questo spazio ancora su quanto si prevede giovedì in Consiglio comunale: un documento congiunto contro “certa stampa” a difesa della “onorabilità” dell’assise. Sarà tutto da leggere….

Intanto pensiamo a questa battaglia contro il bavaglio. Ecco l’intervento del segretario del nostro sindacato.

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Lo diciamo subito: non è una battaglia corporativa. Non può essere una battaglia corporativa quella sul no al bavaglio. Non è una questione di definire quali intercettazioni possano essere pubblicate e in quali termini. E’ un’altra la linea prospettica. Vogliamo capire, anche in questo passaggio, quale società vogliamo declinare anche con il contributo dei giornalisti. Vogliamo una società della riservatezza, del riserbo su cosa fa chi riveste ruoli di responsabilità nel paese? Vogliamo una società in cui ci siano corpi separati nei quali i giornalisti non possono accedere? Vogliamo una società in cui le pareti divisorie tra amministrazione, politica, giornalisti, società civile siano alte o siano ridotte allo stretto necessario per lavorare nell’interesse comune al servizio dei cittadini?

Se vogliamo questo tipo di società non aperta, ma a scompartimenti, a blocchi, a logge allora non firmate l’appello di Stefano Rodotà, Marino Bisso, Arturo Di Corinto, Giovanni Maria Riccio che hanno lanciato l’iniziativa di no bavaglio. Se invece vogliamo una società aperta in cui il ruolo dell’intermediazione giornalistica abbia un senso, in cui le querele temerarie si ritorcano contro chi le commette – il provvedimento sulla diffamazione è l’altro corno su cui lavorare in Parlamento -, in cui ci sia un adeguato rilievo per le notizie che fanno riferimento ai personaggi pubblici, allora firmate.

E firmate anche per dire al governo che la delega in materia di pubblicazione delle intercettazioni non ha senso. Ma non perché delegare l’esecutivo sia lesa maestà ma perché discuterne in Parlamento significa ricucire il dibattito con i rappresentanti della comunità, dell’elettorato, di chi ha il diritto di essere informato.

Stampa Romana aderisce, invita i comitati di redazione e i singoli colleghi a farlo, pronta a mobilitarsi in tutte le sedi ritenute opportune dalla Federazione Nazionale della Stampa. A iniziare da una raccolta firme prevista davanti piazzale Clodio giovedì mattina alle 9. Simbolo di un processo che ha un senso per Roma proprio perché ci sono state inchieste giornalistiche e si è potuto conoscere in profondità quale mondo sommerso si agitava sotto le strade della Capitale.

Per firmare accedere al sito www.nobavaglio.org

Bavaglio e intimidazioni, due appuntamenti da non perdere. Il terzo….

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Cambiano i governi, la musica è sempre la stessa. La legge bavaglio viene nuovamente riproposta e domani alla Fnsi ci si ritrova per ribadire il “no” della categoria a norme che hanno il solo intento di evitare che i giornalisti scrivano.

Mercoledì, invece, alla Regione Lazio, conferenza stampa con l’osservatorio sulla legalità con al centro dell’attenzione i giornalisti minacciati. Qui i dettagli dell’iniziativa.

Il terzo appuntamento…. va be’, lo ricordo: giovedì mattina il Consiglio comunale di Anzio si appresta a votare un documento congiunto sulle presunte offese ricevute per la vicenda dei consiglieri ritenuti morosi dall’ufficio tributi.

Non c’è bisogno di commenti, mentre di seguito il comunicato che annuncia l’evento di domani alla Federazione della stampa. Ha ragione il segretario generale Raffaele Lo Russo: “Non ci fermeremo“.

Molti hanno invitato chi scrive a non fermarsi, dopo le intimidazioni legate al lavoro, li ringrazio. Non saranno delusi, ma per adesso meglio restare in finestra. E preoccuparsi di bavagli molto più seri, per l’informazione tutta.

Ci riprovano con il bavaglio, diciamo no e firmiamo!

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Ci riprovano con le norme bavaglio, anzi forse non hanno mai smesso. Resta valido lo slogan coniato anni fa dall’Unione cronisti: “Liberi di informare, liberi di sapere“. Negli anni, con diversi governi, siamo andati in piazza, a manifestare nei Tribunali, abbiamo scritto ai prefetti, ma ogni volta la priorità di chi guida il Paese è quella di evitare “disturbo” al manovratore.

Diciamo no all’ennesimo tentativo di vietare ai giornalisti la pubblicazione di atti noti e di rilevante interesse per la collettività. E firmiamo la petizione .

Giornalisti di provincia, più forti delle intimidazioni

Vittorio Buongiorno

Vittorio Buongiorno

La vicenda che ha riguardato il collega Vittorio Buongiorno, capo della redazione di Latina del Messaggero, porta alla luce per l’ennesima volta una situazione molto pesante nel territorio pontino. E’ la punta di un iceberg, non si era mai arrivati a minacce di morte, ma l’elenco di chi vorrebbe mettere il bavaglio è lungo. Lunghissimo.

Nella redazione del Messaggero abbiamo ben presente quella domenica, i giorni successivi con i “passaggi” delle forze dell’ordine a verificare che fosse tutto a posto, le piccole precauzioni, la difficile scelta tra la riservatezza delle indagini e quella di scrivere tutto e subito. Si è preferita la prima e i risultati, per fortuna, si vedono. Perché contro certa gente erano stati pochi, finora, a mettere nero su bianco una denuncia. Vittorio lo ha fatto, noi  siamo stati al suo fianco, oggi tanti altri colleghi e non esprimono solidarietà e apprezzamento per il coraggio di chi aveva scritto raccontando fatti.  E dando evidentemente fastidio.

Ma in questa provincia  è pieno di gente che non è minacciata di morte, magari, ma è subissata di querele temerarie. Chi scrive, per aver riferito di un boss dei Casalesi che chiedeva e otteneva ospitalità in una nota struttura ricettiva, il titolare della quale faceva poi iniziative sulla legalità, è arrivato fino in Cassazione per avere ragione. La querela era stata archiviata, ma il personaggio non intendeva mollare.

Di casi del genere siamo pieni, i colleghi di Latina Oggi hanno avuto un record di querele solo per aver scritto delle gesta – poco eroiche – dell’ex presidente della Provincia, Armando Cusani, al punto che dopo una serie di archiviazioni o assoluzioni l’Associazione Stampa Romana ha presentato un esposto alla Corte dei Conti perché quelle querele erano pagate con i soldi dei contribuenti.

Per non parlare dei giovani collaboratori aggrediti nel Sud Pontino, delle battutine poco piacevoli,  di chi chiama l’editore e “tuona“, di un’altra serie di episodi  come le maxi richieste di risarcimento danni. L’osservatorio Ossigeno, cliccando Latina, fornisce questo quadro. Desolante.

In una provincia dove le mafie sono ormai radicate, perché quando iniziavamo questo mestiere sentivamo di infiltrazioni, mentre oggi abbiamo sentenze passate in giudicato con l’accusa di 416 bis. Con il compianto Santo Della Volpe e la collega Graziella Di Mambro abbiamo lavorato, in occasione della giornata di “Libera” a Latina due anni fa, al Manifesto dell’informazione locale che era e resta il faro da seguire in un territorio dove i tentativi di condizionamento sono pressoché quotidiani.

Nel 2007, in occasione del congresso nazionale dell’Unione cronisti a San Felice Circeo, portammo i colleghi in diversi luoghi della provincia. Volemmo dimostrare quanto, anche geograficamente, fosse difficile raccontare ciò che avviene. Ma le distanze si superano, i viaggi “infiniti” verso il sud, la difficoltà di salire sulle colline con il maltempo,  di arrivare sulle isole se c’è qualche evento, sono nulla di fronte ai tentativi di bavaglio di ogni genere.

Vittorio ha dimostrato che i giornalisti di provincia – quelli che vivono in prima linea, quelli che incontrano ogni giorno le persone delle quali scrivono – sono più forti delle intimidazioni. Con lui, ogni giorno, cerchiamo di essere tutti più forti.

Lotta al caporalato giornalistico, un documento da condividere

Che succederebbe se dalla sera alla mattina aprisse un cantiere nella piazza centrale di una città, con il solo cartello del direttore dei lavori e dentro una serie di persone che lavorano senza alcuna tutela? Una volta scoperto, noi giornalisti faremmo aperture di pagina e grideremmo allo scandalo. E’ quello che accade quando, puntualmente, si scoprono gli immigrati a raccogliere pomodori o kiwy, molti dei quali fuggono per evitare i controlli. E noi scriviamo, salvo fuggire com’è accaduto in passato ad alcuni colleghi e come – purtroppo – accadrebbe oggi. L‘Associazione stampa romana ha approvato  un documento assolutamente condivisibile da questo punto di vista. L’ha fatto conoscendo la situazione e avendo sostenuto, da anni, che nessuno vuole chiedere a editori, spesso avventurieri, a Latina ne sappiamo qualcosa, tutte assunzioni articolo 1. Stampa Romana è sempre andata incontro a chi, colleghi (pochi) ed editori (pochissimi), ha chiesto di regolarizzare le posizioni. Dimostrando che era ed è possibile assumere con un contratto giornalistico a costi uguali a quelli sostenuti oggi con improbabili formule.

Nel frattempo tanti giovani e non che accettano qualsiasi cosa pur di “lavorare“, tanti pronti a sostituirli anche a meno di quel minimo compenso, alla stregua di un moderno esercito salariale di riserva di marxiana memoria. Ma anche tanti – dalle associazioni imprenditoriali a importanti aziende pubbliche, fino a imprenditori in tutt’altri settori che decidono di fare gli editori spesso con mire politiche – che le regole preferiscono calpestarle. Quando scoppiano le crisi, poi, allora ci si ricorda del sindacato e si cerca di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. A chi scrive si dirà semplicisticamente – com’è accaduto in passato – che tanto è al “caldo“. Ignorando che sta vivendo uno stato di crisi e pagando – insieme agli altri che versano all’Inpgi – casse integrazioni e disoccupazioni anche di chi in passato ha accettato di tutto, salvo poi scoprire il sindacato.

La lotta al caporalato del documento che si propone a seguire, è assolutamente condivisibile.

stamparomana

Associazione Stampa Romana

Anche negli anni ruggenti della stampa, delle tipografie con la stampa a piombo, esistevano fogli e giornali che pubblicavano senza rispettare le norme di legge: scritti da chi non era iscritto all’Ordine, non registrati nei tribunali, senza alcuna regolarità contrattuale e che non garantivano contributi previdenziali, ferie e gli altri diritti fondamentali del lavoratore.

La cronaca si sostituisce oggi alla storia. Il web rilancia e moltiplica il tema.

Esistono testate soprattutto ma non solo on line, dal Pontino alla Tuscia passando per la provincia di Roma in cui si assiste a una completa deregulation, in cui la logica del più furbo e scaltro è l’unica vincente.

Ci sono redazioni in cui non si fanno contratti regolari, in cui non si pagano contributi previdenziali e sanitari, in cui i collaboratori sono pagati un tanto al chilo, ogni tanto al chilo e a volte sono addirittura costretti ad anticipare le spese.

Ci sono testate on line che non sono neanche registrate.

Il far west determina una concorrenza sleale nei confronti del giornalismo professionale, delle testate regolarmente registrate, di tutti quegli editori che, pagando i contributi, fanno vivere i nostri istituti di categoria.

Stampa Romana raccoglie la preoccupazione dei colleghi e delle colleghe costretti a vivere quotidianamente nell’incertezza, invitando chi lavora in condizioni di sfruttamento e di autentico caporalato a uscire dalla logica del ricatto per pochi spiccioli e a denunciare l’illegalità diffusa.

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione chiede pertanto all’Inpgi di attivare le ispezioni per ristabilire la legalità e all’Ordine dei giornalisti di controllare chi esercita la professione (anche negli uffici stampa), comminando inoltre le opportune sanzioni qualora se ne ravvisassero gli estremi.

Il sindacato vigilerà anche affinché qualche furbetto tra gli editori non faccia il gioco delle tre carte per intascare gli sgravi contributivi che l’Inpgi si appresta a varare.

Il Consiglio Direttivo ASR

Delega intercettazioni, attenzione ai nuovi tentativi di bavaglio

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L’avesse fatto il governo Berlusconi le grida si sarebbero sprecate. Anzi, saremmo già andati in piazza. Ammettiamolo senza problemi, al punto di concordare con la puntuale ricostruzione del Fatto Quotidiano. A maggior ragione se c’è chi prima le pensava in un modo e oggi in un altro sull’argomento.

E’ vero che i giornalisti potranno dire la loro, vero che non c’è ancora nulla, ma la voglia di bavaglio resta elevata come ricorda la Fnsi e non solo in Italia.

Siamo alle solite: anziché preoccuparsi di cose molto più serie, la prima preoccupazione di chi governa è evitare che i cittadini conoscano i fatti. Con la scusa delle intercettazioni – per le quali esistono regole e sanzioni – si vuole impedire di rendere noto quello che succede. Con la scusa della privacy – ma qualcuno rileggesse l’articolo 6 del nostro codice deontologico, per piacere – si cerca di tutelare chi nell’ambito di un’inchiesta ha usato frasi utili ai magistrati per l’ordinanza di custodia che lo riguarda.

Non proviamo a girarci intorno, insomma, questa delega è l’ennesimo tentativo di censura. Dobbiamo rispondere no, come abbiamo fatto sempre, e continuare a fare il nostro dovere di informare, per rispettare il diritto dei cittadini a sapere.