L’ultimo incendio a Zodiaco e la sicurezza percepita

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Non sanno più a chi santo votarsi. L’ultimo incendio nel quartiere Zodiaco dimostra ancora una volta l’assoluta mancanza di sicurezza. Lì, come altrove. I cittadini residenti e il Comitato lancia l’ennesimo appello. A vuoto.

Di certo è impossibile “militarizzare” una città, ma un’attenzione diversa sarebbe indispensabile. Con un sistema di telecamere degno di tale nome, per esempio, mentre su questo fronte si continua ad arrancare. Non si hanno più notizie, poi, dell’attività che la commissione-sicurezza ha svolto e dei risultati che ha prodotto.

Né c’era da aspettarsi di più, visto che nel programma con il quale il sindaco Luciano Bruschini è stato eletto nel 2013 non c’è alcun cenno a politiche di sicurezza per la città.

L’incendio a Zodiaco e il ripetersi di furti,  dicono che la sicurezza percepita – quella più importante, ciò che avvertono i cittadini rispetto alla condizione nella quale si trovano – è ai minimi termini.

Un’amministrazione ha mille problemi, non c’è dubbio, ma a fronte di quello che sta accadendo avrebbe dovuto da tempo mettere mano alla situazione. Cosa non facile, sicuramente, ma qui sembra mancare persino la volontà di occuparsi di certi temi.  O di provare almeno a farsi sentire in Prefettura, al comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Mica sono spettacoli e luminarie, del resto, suvvia….

Vignarola e richiedenti asilo: in piazza una domenica diversa

anzioC’era il comitato “La Vignarola nel cuore” e c’erano i ragazzi richiedenti asilo, insieme a chi li sostiene dal primo momento, a dire che “Non  fermi la solidarietà sparandoci addosso“.

Due vicende solo apparentemente lontane, intorno alle quali in piazza Pia ci si è ritrovati senza bandiere. Ci sono argomenti, del resto, che superano qualsiasi steccato e così è stato oggi.

Nessuna bandiera di partito, ma chi vuole capire da una parte – è il caso della proposta per l’area “Puccini” deliberata dalla giunta – e dall’altra chi ha voluto esprimere, oltre i comunicati ufficiali, la vicinanza agli immigrati dopo che uno di loro – nei giorni scorsi – è stato colpito da uno sparo.

Capire ciò che sta avvenendo a “Puccini” serve a evitare ulteriori scempi sul territorio. Fermo restando che una cubatura lì è prevista dal piano regolatore, perché “spacchettare“? E’ o meno una variante? Sopratutto, chi ci garantisce che domani non avviene come con la convenzione “Federici” e cioè che non essendo più conveniente un albergo si chiede di rivedere il progetto per centro commerciale e residenze?

Domande alle quali non si è risposto nella sede dovuta, quella del Consiglio comunale, titolato a discutere di urbanistica. Pazienza quelli di maggioranza, allineati e coperti, ma gli zelanti (a volte) consiglieri di opposizione non si sono accorti che è stata tolta loro una prerogativa con l’approvazione solo in giunta di quella che vuole essere fatta passare come “variante non sostanziale” quando, di fatto, è sostanziale eccome?

Capire, continuare a battersi, immaginare anche un’alternativa se necessario,  chiedere intanto l’intervento della Regione Lazio. I tempi stringono.

Poco distante c’erano i ragazzi dei centri di via Armellino, dove c’è stato lo sparo, via Sele a Nettuno e dell’hotel Succi. Al loro fianco i tanti che in questi mesi gli sono stati vicini con ogni mezzo, esprimendo solidarietà concreta. Quella che, appunto, gli spari non fermano. In piazza anche a dire che si tratta di esseri umani, sui quali qualcuno forse ha fatto “affari” con complicità tutte da capire, ma che sono già vittime e non c’è alcun bisogno di infierire su di loro.

Una domenica diversa, insomma, il modo per dire che c’è una città che sente ancora il bisogno di dire la sua. Sarà bene non mollare.

Ps: vicenda porto, al contrario del trionfante comunicato dopo la mancata concessione della sospensiva sul ricorso del Pd relativo al bilancio, stavolta sindaco e assessori tacciono. Eppure la Capo d’Anzio, società al 61% del Comune, ha vinto nel merito. La gestione può finalmente partire, perché questo silenzio?

“Sangue sporco”, il viaggio non si ferma

11235437_10205843514500370_6893699645416827861_nLo ripetevano tutti, quelli che dicevano subito di sì e quelli che dovevano pensarci, ma anche quelli che declinavano l’invito a raccontare la propria storia o quella dei familiari alle prese con il sangue infetto. Ripetevano che era necessario parlarne, farlo sapere, denunciare, dare voce a chi – fino a quel momento – non ne aveva mai avuta.

Il viaggio di “Sangue sporco” è iniziato quasi tre anni fa e nei giorni scorsi, a Formia, si è concluso per il 2015 il “giro” di presentazioni. Scherzando (ma non troppo….) c’è chi sottolinea come sembra il tour di un Casadei o di qualche altro gruppo musicale. Siamo a 18 tappe da quando è uscito – Cesena, 28 marzo – ma in realtà il viaggio parte prima.

Dai primi accenni con l’avvocato Renato Mattarelli alla raccolta delle storie, dai contatti con le persone coinvolte alle telefonate per illustrare brevemente l’idea, dai primi incontri, fino alle interviste. Da Milano a Vibo Valentia, da Torino a San Felice Circeo, da Roma a Napoli e non solo.

Giornate spese grazie alla “corta” al giornale e inevitabilmente sottratte alla famiglia, ma dalle quali si tornava sempre con una esperienza unica. Auto, treni, aerei, manca la nave ma mai dire mai…

In ogni presentazione gli interlocutori chiedono cosa mi sia rimasto, in alcune è stato detto che traspare un inevitabile coinvolgimento, a me piace parlare di arricchimento e riscoperta del piacere di questa professione. Tra i ricordi di quando volevo fare il giornalista c’è quello di un collega della Rai che amava ripetere che ci siamo per “far parlare gli altri”.

Non avevano avuto voce, finora, i quindici protagonisti delle storie di “Sangue sporco” e – idealmente – non l’avevano avuta tutti coloro che quotidianamente continuano a battersi per vedere riconosciuti i loro diritti.

Ho provato a dargliela, ricevendo in cambio tante lezioni di dignità assoluta. Persone amareggiate, indignate, ma che possono andare a testa alta. Al contrario di chi, invece, quando va bene la testa la mette sotto la sabbia. Fingendo di non vedere il problema. Lo fanno, sistematicamente, al Ministero con i rimborsi o quando si costituiscono nei processi copiando e incollando e sapendo, in partenza, che tanto perderanno. Già, tanto poi non pagano mica….

L’ho scritto sul libro e vado a raccontarlo dove mi chiamano, ogni volta con la stessa voglia ma al tempo stesso l’apprensione per l’evento, con l’idea di proseguire il viaggio perché si parli di un argomento misconosciuto e la certezza che potrò incontrare gente nuova, scambiare opinioni, conoscere.

A Cesena, in occasione della fiera organizzata dall’editore, l’adrenalina era alle stelle: giocavo fuori casa e in platea c’erano medici che si erano presentati poco prima dell’evento. La responsabile di un centro trasfusionale che annuiva allentava la tensione nella bella sala della biblioteca Malatestiana, la presenza di Angelo Magrini – uno degli intervistati – arrivato apposta da Torino era un segnale importante per l’esordio del libro, mentre a rassicurarmi c’era la “prima fila” con sorella, nipote e cugino della collega Monica Forlivesi. Dalla “sua” Romagna erano arrivati i fans. E poi la cena a casa di Francesco Giubilei, il giovane editore senza il quale il libro non sarebbe mai uscito, in famiglia, con i piatti tipici….

Latina, la mia seconda città, la sala “De Pasquale” appena rinnovata, la bella lettera del sindaco Giovanni Di Giorgi letta dal presidente del consiglio comunale, Nicola Calandrini, l’avvocato Renato Mattarelli al fianco, il presidente dell’Ordine dei medici – alla faccia di quelli che quando leggono “malasanità” storcono il naso – la brava Dina Tomezzoli a moderare, un pubblico di amici, colleghi, tanti intervistati che avevano scelto di esserci. Tra loro ricordo il sorriso e l’abbraccio della ragazza down che sa di essere parte del libro… A Latina un altro paio di tappe, prima a una festa in piazza e poi all’Avis, di recente, con il complimento che il libro “è un monito a fare attenzione”.

A Roma l’appuntamento era in Senato, realizzato grazie all’amico e collega Lidano Grassucci. collaboratore del senatore pontino Claudio Moscardelli. Diciamo la verità: avremmo ufficialmente dovuto parlare di un disegno di legge, ma eravamo lì – nello splendido complesso di Santa Maria in Aquiro – per il libro. Mia moglie, i genitori, gli zii, la presenza istituzionale del Comune di Anzio con il vice sindaco Giorgio Zucchini, amici romani – alcuni persi di vista anni fa – quelli anziati e di Latina venuti apposta, la “sponsor” Maria Letizia Mariani che avrebbe offerto il cocktail subito dopo, i colleghi ex Ansa, quelli del sindacato. Tra tutti Santo Della Volpe, presidente della Federazione della stampa, venuto a mancare qualche mese dopo. Le sue toccanti parole sul libro, sull’argomento, sul “giornalismo di prossimità”, sono impresse nel mio cuore. Già non stava bene eppure volle esserci, spero che il mio grazie arrivi fin lassù….

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Con Santo Della Volpe al Senato, dopo la presentazione del libro

Rotta verso Milano, la sala Melampo con pochi presenti ma un dibattito comunque forte, con l’amico e collega Alessandro Fulloni al quale mi legano i trascorsi sul litorale romano, in mezzo alla strada, a raccontare la cronaca. In sala altri intervistati, alcuni conosciuti via facebook dopo l’uscita, amici e colleghi, qualche anziate in “trasferta”.

Anzio, allora, la mia città, alla vigilia della Comunione di Gaia, nell’aula magna del Chris Cappel College. Con me il presidente uscente dell’Unione cronisti, Guido Columba, e il fratello acquisito Ivo Iannozzi, direttore del Granchio. Il contatto creato da Elena Ammannito con i coniugi Cappelluti che hanno fatto un gesto d’amore incondizionato donando la scuola alla città per ricordare il figlio scomparso era andato a buon fine: tanti in sala, alcuni inaspettati, firme, abbracci, complimenti. Pensavo fosse finita, invece le tappe erano appena agli inizi.

Perché non se ne era mai parlato e adesso ti cercavano, chiedevano di organizzare, c’erano articoli sui giornali, l’ospitalità in tv e radio, sui siti….

L’amico e collega Claudio Pelagallo alla biblioteca di Aprilia, dove i rappresentanti degli emofilici hanno fornito la loro esperienza, la collega Adriana Paratore a Cosenza, dove ho conosciuto persone fantastiche; la collega Sandra Cervone a Gaeta – in una sala bellissima e con i passaggi letti dalla stessa Sandra emozionanti, oltre a Vanni Albano chiamato a moderare – il comitato elettorale dell’ex sindaco di Ceccano, l’iniziativa in piazza a Sabaudia con l’editore, il contatto creato con Tina Muscio a Salerno e la conoscenza con il collega Alessandro Mazzaro che mi avrebbe portato successivamente a Pontecagnano Faiano per il compleanno del suo sito, anche qui con la conoscenza di persone assolutamente piacevoli che senza “Sangue sporco” non avrei mai incontrato. E Gallicano (Lucca)? Lì hanno fatto storie per la sala, eravamo in “casa” dei Marcucci… Ma l’Arci Garfagnana non s’è tirata indietro, figuriamoci io…. Alle 21,15, in un paesino di provincia: “Verrà qualcuno?” chiedo mentre siamo a tavola. “Qui le cose si fanno dopo cena…” Era pieno, peccato per i pochi libri disponibili. Però nuovi contatti, conoscenze, appuntamenti che vorremmo organizzare.

Ancora Anzio, con il Comitato Villa Claudia su input di Angelo Pugliese e Stefano Colelli, Terracina grazie a Franco Iannizzi E Marcela Avduramani, Formia con il sacerdote e amico Alfredo Micalusi, il presidio di Libera e il “consigliere” Saverio Forte a moderare l’appuntamento al quale ha preso parte il direttore generale della Asl Michele Caporossi.

No, non finisce il viaggio, passato da sale importanti a librerie, da incontri all’aperto a hotel, caratterizzato sempre dalla voglia di raccontare.

Sangue sporco” è alla prima ristampa, spero ne seguano altre, a gennaio forse ci vediamo a Bari (il 19, da confermare), a febbraio sicuramente a Ferrara (il 10) e poi Modena e Bologna, di nuovo a Lamezia Terme, ancora Genova, Torino, Napoli….

Critiche, complimenti e contatti arrivano grazie a facebook che ha facilitato scambi di idee e appuntamenti, ma passare dal mondo virtuale all’incontro con le persone resta la cosa più bella.

E’ quello che noi giornalisti dovremmo fare, sempre. Facendo “parlare gli altri”. Grazie a tutti.

Porto, il Comune paga (forse) e Marconi si mette a rate

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L’ultima versione è che si aspetta una delibera di giunta. Intanto il 15 dicembre è passato e l’ultimo piano di rientro con la Banca Popolare del Lazio – quello della serie “o paghi o partono gli atti” – non è ancora stato rispettato.

L’istituto di credito, dopo aver avuto una pazienza infinita ed essersi preso le briciole del prestito alla Capo d’Anzio – società nata per realizzare e gestire il porto – ha avuto un “aut aut” dalla Banca d’Italia. Non si poteva tollerare oltre il piano di rientro che era successivo a un altro e un altro ancora. Benché garantito da una fidejussione sulla quale la Corte dei conti, di recente, ha avanzato più di qualche perplessità.

Risultato? Si è scelto di pagare dei circa 840.000 euro tra iniziale prestito per registrare la concessione e interessi, 500.000 euro circa subito e il resto a rate. Com’è noto la Capo d’Anzio ha il 61% del Comune e il 39% di Marinedi ovvero Renato Marconi.

Quest’ultimo, fra l’altro, è in predicato di acquisire l’intero capitale quando necessariamente si dovranno dismettere le quote pubbliche per la “spending review” e per non avere predisposto il piano previsto dalla legge. Inutile denunciarlo da anni, perché molti continuano a fossilizzarsi su un progetto che ha la concessione ma dimenticano che il fulcro dell’operazione è la società.

Ebbene oggi il 61% pubblico è pronto a pagare per intero la sua esposizione – in cambio dell’eliminazione degli interessi –  mentre il 39% privato lo farà a rate. Anzi, sarà la Capo d’Anzio a farlo, con l’impegno di Marconi a versare la sua quota e gli interessi.

L’operazione, praticamente fatta, ha subito un rallentamento perché in Comune c’è chi prima di dare il via libera al pagamento vuole vederci chiaro o chiede, appunto, una delibera di indirizzo.

I 500.000 e rotti euro ci sarebbero pure, si tratta di “accantonamenti” che ora vengono messi a disposizione (ma non si poteva rispettare il piano di rientro, a questo punto?) solo che questa vicenda somiglia tanto all’italica abitudine per la quale le perdite sono pubbliche e i profitti privati. Il Comune paga subito, Marconi lo farà….

Fermo restando che l’ingegnere, finora, se ne è stato buono e tranquillo, ha detto sempre sì, ha ingoiato i dietrofront del sindaco che in assemblea diceva una cosa e in Comune un’altra, firmava con lui un documento e poi – tre anni dopo il parere chiesto allo studio Cancrini –  gli faceva causa.

Sbaglieremo, ma da tempo sosteniamo che prima o poi Marconi presenterà il conto di una serie di attività svolte per la Capo d’Anzio. Come ha fatto con Italia Navigando.

Per questo  – siamo stanchi di ripeterlo – è ora di fare chiarezza, di dire cosa vogliamo fare della Capo d’Anzio, di farci sapere se e come intendiamo pagare non solo questo debito ma anche quello con l’Unione Europea per il progetto “Life” dopo che dagli uffici di Bruxelles è stato risposto picche a un piano di rientro ritenuto inidoneo.

Serve massima chiarezza, almeno finché saremo – tutti noi cittadini – proprietari del 61%.

 

Porto, ora sia veramente di tutti

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Le sentenze con le quali il Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio, ha rigettato i ricorsi delle cooperative di ormeggiatori e del Circolo della vela di Roma fanno chiarezza su una vicenda – quella della concessione unica alla “Capo d’Anzio” – che rischiava di mettere in discussione l’impianto della legge nota come Burlando.

Un decreto, il 509 del ’97, che in teoria doveva snellire le procedure per i porti ma che – ne abbiamo conoscenza diretta con le vicende di Anzio – ha finito per renderle più lunghe.

Perché il Tar ha dato ragione alla Capo d’Anzio? E che succede adesso? Proviamo a capirlo. Nella sentenza – arrivata dopo cinque mesi…. – si legge che nella concessione del 2011 la Regione prendeva atto del fatto che il Comune aveva “acquistato la disponibilità dei concessionari a sgombrare le aree e i beni oggetto di concessione a richiesta in cambio della possibilità di riallocare le proprie attività all’interno della concessione Capo d’Anzio” e fa notare che il rilascio della concessione stessa alla società “non era opposto“. Il Tar ricorda che “l’Amministrazione comunale sottoscriveva con le cooperative ricorrenti un Protocollo  d’intesa, nel quale, peraltro, si dava anche espressamente atto che le concessioni demaniali alle medesime intestate risultavano ormai incompatibili con le previsioni del nuovo Piano Regolatore Portuale (…) di talché  dovevano ritenersi comunque revocate“. E ancora: “A testimonianza della consapevolezza e conoscenza acquisita della situazione di fatto e di diritto vale anche rilevare che con nota del 28 giugno 2011, le medesime Cooperative chiedevano comunque al Comune di Anzio “di considerare il rilascio di idonea autorizzazione per l ‘uso esclusivo di una superficie all’interno del nuovo porto”“. Il Tar sostiene che le cooperative sapevano “che le proprie concessioni erano state revocate perché divenute oramai incompatibili con le previsioni del nuovo Piano regolatore portuale approvato con la delibera della Giunta regionale“. Viene fatta menzione anche del bando per la selezione del personale “cui tuttavia non ritenevano di partecipare le cooperative ricorrenti” e che nella documentazione “si evince peraltro che la Capo d’Anzio avviava trattative per la soluzione delle problematiche occupazionali“. Ne deriva quindi “che sulla base di tali univoche circostanze, pertanto, il ricorso si manifesta irricevibile per essere trascorso inutilmente il termine decadenziale di impugnazione e prima ancora per aver le odierne Cooperative prestato acquiescenza all’operato dell’Amministrazione“.  Erano al corrente dell’evoluzione del progetto – questa per grosse linee la motivazione – anche al Circolo della vela.

Gli ormeggiatori si sono fidati, hanno firmato, avevano la certezza che avrebbero lavorato. “Ricollocare” nell’ambito della concessione vuol dire avere un lavoro, non necessariamente mantenere le stesse condizioni attuali, questo sembra essere il senso che il Tar dà alla vicenda. Sono andati alla “guerra” e l’hanno persa, hanno esasperato i toni e qualcuno è andato anche oltre . Hanno parlato di offerte “da usura” da parte della Capo d’Anzio che, dal canto suo, non le ha mai rese note.

E’ noto che dal punto di vista della comunicazione, a crono-programma invertito, qualcuno con le cooperative doveva parlarci e affrontare il discorso. E che, a proposta di assunzione avviata, si dovevano far conoscere i dettagli. Degli errori sono stati commessi, lo sosteniamo da tempo, ma oggi queste sentenze ribadiscono che il porto è della città e non solo degli operatori.

Per anni, è più di un’impressione, molti dicevano di volere il porto ma in fondo in fondo pensavano “tanto nse farà mai“, fino a provare a mettere ostacoli quando, invece, si capiva che si stava andando avanti

Chiusa questa partita del Tar, allora, il porto sia davvero “di” Anzio e si proceda come ha stabilito l’assemblea dei soci – sindaco presente – e senza inseguire bandi di gara dai tempi improbabili. Se lo mettano in testa i consiglieri comunali che “scoprono” il porto solo ora, forse senza avere la bontà di leggere qualche carta…. La  Capo d’Anzio è a rischio e non può permettersi di aspettare oltre.

C’è la proposta del Pd di un azionariato “diffuso” che manterrebbe un controllo comunque pubblico sulla società e garantirebbe soldi freschi, mentre lo spettro della vendita – con Marconi in prima fila – è quello che sembra piacere a molti in Comune.

Di sicuro serve il famoso piano che andava fatto a marzo di quest’anno sulla necessità o meno di tenere la Capo d’Anzio in base alla spending review. Perché è rimasto al palo? A chi giova? E’ strategica per il Comune – che ci ha messo soldi, ha speso anni di tempo, si gioca la faccia – questa società o si vuole delegare la gestione del porto al Marconi di turno, con una concessione in essere dalla quale, almeno, dovremmo ricavare anche un po’ di soldi?

Serve chiarezza – inutilmente invocata in questi anni – ma ci sia una volta per tutte.

Porto, perde anche il Circolo della vela

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E’ “inammissibile” anche il ricorso del Circolo della vela di Roma rispetto al rilascio della concessione a favore della Capo d’Anzio. Lo ha stabilito, come per gli ormeggiatori, il Tribunale amministrativo regionale del Lazio (Tar).

E’ stata depositata, infatti, anche la sentenza relativa al ricorso presentato dallo stesso circolo, presieduto dall’ex consigliere d’amministrazione della Capo d’Anzio Mario De Grenet, che si era opposto alle richieste della società di essere “manlevata” in attesa dell’avvio dei lavori e del rilascio degli spazi d’acqua che si trovano proprio sotto al circolo.

Porto, gli ormeggiatori perdono il ricorso

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L’originario progetto della Capo d’Anzio per il raddoppio del porto

Dichiara il primo irricevibile ed i secondi inammissibili“. Il primo è il ricorso delle cooperative di ormeggiatori, i secondi i “motivi aggiunti” che la “Sant’Antonio” e la “Piccola pesca” hanno presentato al Tribunale amministrativo regionale del Lazio.

Dopo mesi di attesa il Tar ha deciso e ha respinto i ricorsi, confermando così la Capo d’Anzio – società al 61% del Comune – unica concessionaria dell’area.

I ricorsi – ai quali se ne era unito uno analogo del Circolo della vela di Roma – erano stati presentati quando la società aveva fatto richiesta delle aree per avviare la cosiddetta “fase 1” del progetto di gestione, una volta invertito il cronoprogramma dell’opera.

Ogni tentativo di mediazione era andato fallito e di recente personale della società che stava effettuando dei rilievi era stato anche aggredito.

Si scrive, speriamo, la parola fine a una vicenda annosa. Gli ormeggiatori, che non hanno accettato alcuna proposta fatta dalla società ritenendola inadeguata, rischiano ora di restare con un pugno di mosche.

Addio hotel, si vuole un altro centro commerciale

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Pierluigi Cervellati

Nel piano regolatore è previsto un insediamento turistico ricettivo di 23.000 metri quadrati, zona Anzio 2, convenzione nota come “Federici“. Vale a dire l’imprenditore che ha ceduto, negli anni, una serie di terreni mai pagati – a cominciare da quelli del centro sportivo – e che con il nuovo strumento urbanistico ha “chiuso” il contenzioso miliardario che aveva con il Comune. C’erano ancora le lire e dobbiamo dire che la transazione con le società è stato uno dei pochi punti da salvare di quella pianificazione.

Ora nella zona interessata – da quella nota come “Garbatella” fino alle “Quattro Casette” – nel piano è previsto appunto un hotel, nel frattempo è sorto l’insediamento noto come “Colle Santa Teresa“.

Da anni, ormai, si sapeva che la proprietà non lo avrebbe realizzato. Il motivo è molto semplice: uno studio commissionato dal gruppo ha messo nero su bianco che nelle condizioni attuali l’hotel non è immaginabile perché non avrebbe mercato.

L’edificabilità, però, resta e la proprietà – che ha rinunciato al contenzioso, ha fatto le opere di urbanizzazione e via discorrendo – vuole realizzare. Così è arrivata in commissione urbanistica l’idea di un centro commerciale di 13.000 metri quadrati  di superficie di vendita – simile  ad Aprilia 2 o ai Sedici Pini, per restare ai centri vicini –  1.000 di servizi e il resto di insediamento residenziale. Case che chissà chi dovrà abitare…

Senza contare che inserire una cosa del genere in una zona a forte densità abitativa e commerciale, con il traffico che comporterebbe una struttura simile, rischia di paralizzare l’area.

Il Comune è chiamato a valutare, si registra però – dopo la vicenda Puccini – un certo fermento in materia urbanistica.

Ultimi fuochi, è l’impressione, di una programmazione che si è rivelata fallimentare e alla quale si cerca di mettere “pezze” come è possibile.

Porto, nodo fidejussione al pettine. La Corte dei conti….

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I nodi, si sa, arrivano al pettine e come regalo di Natale il Comune di Anzio – socio al 61% nella Capo d’Anzio, società nata per realizzare e gestire il porto – si trova una contestazione della Corte dei Conti sulla fidejussione prestata per pagare la concessione demaniale.

Una decisione contestata dai consiglieri comunali di opposizione nel 2011 – allora solo il Pd – e ribadita oltre che dal Pd anche dal centro-destra di minoranza quando nel 2014, a prestito mai onorato, la Banca popolare del Lazio ha chiesto una nuova sottoscrizione sempre della fidejussione. Addirittura si fece passare per “start up” una società operativa da circa 14 anni, cercando così di aggirare l’ostacolo che pure era lì, evidente.

Secondo la Corte dei Conti, semplicemente, quella fidejussione non si poteva prestare, al punto da immaginare un danno erariale. Risultato? Il Comune dovrà affrettarsi a rispondere, nel frattempo  sta cercando – insieme al socio di minoranza, il gruppo Marinedì di Renato Marconi – di pagare il debito con l’istituto di credito. Si tratta di una esposizione di oltre 800.000 euro.

Un piano – l’ennesimo – è al vaglio della direzione generale dell’istituto di Velletri,  ma certo la “tegola” della Corte dei Conti non ci voleva.

L’impressione è che sia la parola fine per una società che invertiva il crono programma e lo teneva per sé, decideva una cosa in assemblea e poi ne fantasticava un’altra in Comune, vedeva il socio di maggioranza firmare una cosa con il privato e poi dirne un’altra, il tutto continuando a parlare di un bando impossibile.

Una società che non è stata in grado – tra veti politici all’interno di chi rappresenta il maggior azionista, ricorsi,  e un Tar che se la prende con calma (chissà chi un giorno pagherà eventuali danni) nemmeno di gestire il bacino interno come previsto dall’inversione del crono programma concessa senza colpo ferire dalla Regione ormai  due anni fa.

Forse ha ragione il presidente Luigi D’Arpino quando dice che è Anzio a non volere il “suo” porto e che sta bene a tutti così. Non a caso lui stesso ha ammesso, a chi scrive, che sarebbe il caso a questo punto di riconsegnare la concessione.

Quelle attuali  andrebbero a gara e a realizzare il porto – inevitabilmente – ci sarebbe un privato.

Perché in attesa del mai realizzato piano sulla dismissione o meno della “Capo d’Anzio” da parte del Comune, di fronte a un altro bilancio che si presume in perdita e con la scadenza di legge del 30 marzo 2016 sugli “asset” strategici per gli enti locali, inevitabilmente le quote pubbliche andranno dismesse. E Marconi avrà la prelazione.

Dispiace pensare a male, ma forse è un gioco che parte da lontano. E a questo punto, tanto valeva far realizzare il porto negli anni ’90 a una società costituita alla bisogna e sponsorizzata da Piero Marigliani. Era la politica di allora, quella successiva – trasversalmente – non ha fatto meglio.

Immaginavamo un doppio porto, ci ritroviamo peggio di prima. Non saremmo ad Anzio.

Puccini: lottare, capire e proporre

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Immagine dalla pagina facebook dell’evento

La manifestazione di ieri La Vignarola nel cuore“, organizzata dopo la delibera che “spacchetta” la possibilità di realizzare sull’area nota come Puccini un insediamento turistico ricettivo è un buon punto di partenza. Dice che in questa città qualcuno che vuole ancora capire cosa gli succede intorno esiste.

Era stato così una settimana prima, con l’incontro sull’impianto Biogas che si vuole realizzare in zona Cinque Miglia, è stato così ieri. Con qualche differenza.

Una settima fa c’erano meno facce note – soprattutto di quanti facevano già politica quando si immaginava di realizzare nell’area Puccini 500.000 metri cubi o ci “regalavano” perle che vanno da Zodiaco, a Caracol ad Anzio 2, ai “Repubblicani” –  e nessun amministratore. Anzi, quando l’argomento della centrale è arrivato in Consiglio comunale abbiamo assistito a una scenetta ormai abituale. Il sindaco che dice di aver letto, sentito, ma che in Comune “non è arrivato niente” e al suo fianco l’assessore Placidi che lo smentisce, con Bruschini che risponde come è solito fare: “Ah, non lo sapevo“. A proposito, sulla biogas – dicono i bene informati – Bruschini si gioca la tenuta politica della sua maggioranza.

Ieri invece, facce note a parte, alcuni da anni di lotta e di governo – ultimo piano regolatore compreso – l’assessore Sebastiano Attoni si è presentato. L’iniziativa che era in atto su Puccini, in piena estate, è stata tirata fuori da questo umile spazio e l’assessore dal primo momento ha voluto spiegare.

Ha provato a farlo anche di persona – e gli va riconosciuto – ma ormai a cose fatte è sicuramente tutto più difficile. E’ chiaro che adesso si entra nella fase diciamo di lotta, ma è bene ricordare un piccolo particolare. In quell’area esiste un “diritto acquisito” ovvero la realizzazione di un insediamento turistico ricettivo. E’ stato il modo per far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta, in primo luogo cancellando la convenzione originaria, poi inserendo nella delibera di indirizzo – su proposta dell’allora capogruppo di Forza Italia, Luciano Bruschini, oggi sindaco – solo un eventuale insediamento turistico, poi inserendo a verde totale l’area sul piano e quindi respingendo l’osservazione della proprietà che voleva realizzare case (e ha perso anche tutti i ricorsi in tal senso) e inserendo l’hotel con centro congressi in cambio dei 60 ettari destinati a parco urbano.

Quel parco era, forse, una delle poche cose apprezzabili di una città immaginata come “Mare, cultura e natura” dall’urbanista Pierluigi Cervellati e intanto diventata “Varianti, cemento e furberie” con un piano senza gli scempi già ricordati ma che ha fatto costruire ovunque. E troppo. Una città nella quale c’è chi si diceva contro ma poi se aveva un terreno B5 lo voleva trasformare in B3 con più edificabilità o c’era chi “sbagliava” sede del ricorso al Tar….

Ma non è questo il punto. Se ci fosse uno con i soldi e interessato a realizzare l’insediamento previsto dal piano, domani mattina presenterebbe la richiesta e tra un mese ritirerebbe la concessione. Questo non c’è e la proprietà prova a “spacchettare” per vendere a pezzi il terreno e rientrare – si dice – di una decina di milioni. Qui dal momento della lotta occorre passare a quello dei dubbi e della comprensione. Anzitutto c’è il rischio che come la convenzione è uscita dalla porta, rientrando dalla finestra l’hotel, oggi a concessioni ottenute si faccia presto a cambiare… Il piano regolatore è lì a dimostrarlo, purtroppo. Allora di che borgo rurale parliamo se non c’è più un’azienda? E di quale albergo diffuso se la concezione di attività del genere è tutt’altra? E non c’è il rischio che si diano concessioni, si realizzi e poi resti tutto abbandonato poiché la domanda di residenze – anche turistiche – non esiste più e anzi è stata definitivamente affossata dalla “villettopoli” che alla fine Cervellati – con la politica che andava in quella direzione dopo aver per anni tollerato gli abusivi e averci dato le “perle” già citate – ci ha regalato?  Sul parco urbano l’intenzione del Comune qual è? Neropoli o ciò che indicava il progettista del piano?

Ancora: è possibile dividere in quattro quell’insediamento, con le sirene dei posti di lavoro – magari effimeri come quelli del boom edilizio post piano Cervellati –  della nuova viabilità e dei 60 ettari subito? Non insiste quell’area in un sito di interesse comunitario, non ci sono vincoli, soprattutto quella delibera di giunta – senza alcun confronto con la città, se non minimo in sede di capigruppo e con i giornali – non è in realtà una variante? Dubbi che la Regione Lazio dovrà necessariamente chiarire. Tenendo a mente che se il percorso del Comune è corretto o, comunque, se sarà più tortuoso del previsto, lì sempre un “diritto acquisito” c’è.

Per questo occorre sforzarsi di proporre, il no e basta va bene in questa fase ma lo sforzo da fare è altro. Non facile, anzi. La proprietà deve rientrare di una decina di milioni di euro? Quale attività alternativa si può immaginare – che non sia necessariamente 120.000 metri cubi e oltre di cemento – in quell’area? Dove si trovano i soldi per realizzarla?

Domande che i cittadini che hanno, giustamente, la Vignarola nel cuore debbono porsi. Cercando un percorso europeo, perché no, o qualsiasi possibile alternativa. Allora sì che sarà bello chiedere una variante che salvaguardi il più possibile quello spazio e dia alla città un polmone verde inestimabile.

Una sfida anche a quanti, negli anni, le varianti di salvaguardia le hanno messe nei programmi senza mai attuarle (addirittura indicando delle scadenze….) o sono stati troppo spesso di lotta e governo.