La signora con il tumore, costretta a pagarsi la colonscopia

Non entravo all’ospedale “Santa Maria Goretti” di Latina da tempo, ieri ci sono andato da paziente, per una visita programmata . Nei poliambulatori al di sotto di malattie infettive eravamo io e una signora: minuta, occhi chiari, tanta voglia di raccontare di sé, dei suoi malanni e dei disagi che affronta. La chiamerò Cristina e nei giorni delle polemiche sulle liste d’attesa o della prosopopea sugli “Stati generali della salute” mi va di raccontare la sua storia.

Perché è una di quelle – tante, tantissime – che i giornali hanno “dimenticato” di seguire, presi come sono dai diktat di chi comanda che preferisce le veline alla vita reale. Non mi stupisce, è un mondo nel quale ho vissuto a lungo e so come funzionano certe cose. Però le storie come quella di Cristina “fanno” ancora notizia e qualcuno dovrebbe continuare a preoccuparsene, per rispetto della professione che facciamo.

Ci provo io, sommessamente. La signora in questione grazie alle prevenzione ha scoperto anni fa un tumore al seno, è stata operata e segue regolarmente lo screening. Nel frattempo un altro tumore è comparso, stavolta al colon, quasi per caso come mi ha raccontato lei, facendo accertamenti per un’altra patologia (“non mi faccio mancare niente”). Anche in questo caso, è stata operata e le sono stati prescritti esami diagnostici di controllo. Nello specifico la colonscopia che deve eseguire con calma, entro un anno. “Però non c’è posto, non me la prenotano, così sono costretta a pagarla”. Sì, avete capito bene. Una donna operata di tumore, con il famigerato codice 048, costretta a pagare la colonscopia di controllo.

Mentre i direttori generali e sanitari delle Asl ripetono come un mantra che è necessaria la “presa in carico” dei pazienti, quelli fragili in particolare o con comorbidità, Cristina deve trovare per conto proprio un centro dove fare la colonscopia e pagarsela. Non è questione di Rocca o di Zingaretti che l’ha preceduto, attenzione, ma di civiltà. Quella che la politica e i supermanager che nomina, hanno dimenticato. Una normale “presa in carico” dovrebbe prevedere che la struttura alla quale la donna è affidata, le programmi e prenoti direttamente l’esame. Invece no, una cittadina malata di tumore deve fare il giro delle sette chiese e pagarsi pure la prestazione.

Direte “ma credi a quello che ti ha raccontato”? Sì, ma ho pure verificato ed è la stessa regione nel suo “Monitoraggio sui tempi di attesa” (aggiornato al 27 agosto, mentre scrivo è il 19 novembre 2025) a riconoscere che l’indice per la colonscopia è pari a 55. Il che significa che la prima prestazione utile entro l’anno, Cristina la può anche ottenere ma non a Latina (indice 49,7, quindi attesa ancora più lunga rispetto alla Regione).

E se è una donna sola che non guida più come un tempo? Cerca una soluzione vicino casa e paga. Per dovere di cronaca è giusto dire che la stessa prestazione, tenendo conto dell’offerta in tutto il Lazio ha un indice di 80 se urgente (sono quelle che possono prenotare direttamente i medici e vanno eseguite nell’arco di 72 ore), scende a 55,4 se breve (da fare entro 10 giorni), a 52,4 se differibile (entro 60 giorni) e risale a 59,3 se programmata ovvero da eseguire entro 120 giorni.

E questa storia della colonscopia apre un’altra pagina. La collega Linda Di Benedetto ha scritto sul Fatto Quotidiano che la Regione Lazio fornirebbe dati alterati rispetto alle liste d’attesa. Il presidente Rocca si è difeso, sostenendo di essere nel giusto.

In realtà basta recarsi a uno sportello Cup o telefonare al Centro unico di prenotazione per scoprire che le cose stanno in questo modo innegabile e beffardo: il paziente di Anzio ha una prescrizione con priorità B. Chiama e in un ambulatorio vicino casa non c’è posto, può spostarsi e chiede per altri centri nel raggio di una trentina di chilometri (Aprilia, Latina) o magari Roma dove può andare in treno ma entro 10 giorni non c’è posto. Anzi sì, a Cassino o Viterbo. Risultato? Il paziente dice “no grazie”, il sistema regionale di prenotazioni dice “ok, ma io entro 10 giorni te l’avevo garantita e sei tu che hai rifiutato”. Con la conseguenza che il paziente si rivolge al privato e la Regione dice di rispettare i tempi.

Qualcuno lo spieghi a Cristina e a quanti, come lei, si sentono presi in giro quando gli si racconta che sulle liste d’attesa è tutto a posto. Ripeto, non ne faccio e non ne ho mai fatto una questione di chi guida la Regione ma di onestà intellettuale.

Infine, per la medesima onestà, è giusto dire che le liste sono solo uno dei problemi e che se domani mattina apriamo un servizio, tra una settimana le attese si creano. Questo non vale, però, per le situazioni come quella di Cristina e di tanti altri. Non può e non deve valere.

Ciao Carlo. Ragazzi, un inno alla vita…

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Ma lo conoscevi?” Me lo hanno chiesto in tanti. No, però conosco il padre e il nonno e lui era – è – un figlio della mia generazione. Basta e avanza per ricordare Carlo Sannino, morto in un incidente stradale su una curva che ne ha viste troppe di fini orrende.

Non ci spiegheremo mai perché si muore così giovani, né alcuna dinamica che ricostruirà l’incidente restituirà Carlo agli affetti della famiglia e degli amici. Tanti, tantissimi, quelli che lo ricordano sui social, quelli che stamattina erano alla camera ardente con la maglia “Non sono una roccia, ma una montagna“.

Non sapremo mai quale destino porta via una giovane vita, sappiamo però che da tragedie del genere e dall’amore che si sta sprigionando intorno a questo ragazzo – che nel suo breve tratto su questa terra ha dispensato a quanto si vede solo cose belle – può e deve nascere un inno alla vita.

Ha iniziato Antonio, uno dei ragazzi coinvolti nell’incidente,  devono farlo altri. I tanti che erano lì, incapaci di trattenere le lacrime, il volto segnato dal dolore. Quelli che lo accompagneranno oggi. Un inno alla vita, a fare attenzione – sempre – quando ci si mette in macchina, in motorino, quando si scherza, quando si sta insieme per divertirsi. Interessa poco la velocità, sapere davvero com’è andata. Da questa tragedia può nascere una lezione di educazione stradale, una campagna rivolta ai giovani, una dimostrazione di come si può ogni giorno ricordare nel modo migliore chi ha pagato con il prezzo più alto.

Magari servirà anche a prevenire solo un altro incidente, a salvare un ragazzo. Poi sicuramente (è statistica, è destino, è quello che volete) avremo altri episodi del genere, ma in questo momento forse per ricordare il giovane campione che è stato – nella vita, come nello sport – è la cosa migliore da fare.

Per quanto mi riguarda,  visto che Carlo aveva la stessa fede laziale del papà, con il quale abbiamo vissuto tante esperienze allo stadio, l’ho già scritto sui social: dalla prossima partita della Lazio, lassù non ci sarà solo il Maestro  o i laziali (mio padre, ad esempio, ma tanti altri) andati via da questa terra. No, dalla prossima c’è pure Carlo “che ci sta a guardà...”

Porto, le beghe di paese e le cose da chiarire. Caso in Regione

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

L’home page del sito Marina di Capo d’Anzio, registrato dal socio privato

La vicenda degli ormeggiatori contro il Comune – dal quale arriva il provvedimento per il rilascio delle aree – e il ricorso cautelare vinto, non fermano la Capo d’Anzio che vuole andare a prendersi le aree della quale è concessionaria. Piaccia o meno, a oggi la società ha il titolo per esercitare l’attività per la quale era sorta. Iniziando dalla gestione anziché dalla realizzazione del bacino, ma questo è stato formalizzato ormai mesi fa e oggi correrci dietro o cavalcare politicamente la cosa sembra avere poco senso.

Vedremo come andrà al Tribunale amministrativo regionale, ma mentre ci si continua a dividere per quelle che somigliano più a beghe di paese che altro – con le attività che per anni sono state intorno al porto sentendolo come “loro” – la vicenda della concessione con annesso accordo di programma arriva in Regione. E’ evidente che l’amministrazione guidata da Nicola Zingaretti ha tutto l’interesse a far sì che il porto non diventi un boomerang, non fosse altro perché dovrebbe ricominciare a preoccuparsi di dragaggio e concessioni, ma intanto finalmente c’è chi mette nero su bianco le perplessità emerse in questi mesi.

Lo fa Valentina Corrado del Movimento 5 stelle che ricorda alcuni passaggi ai quali, finora, nessuno ha risposto. Mercoledì, alla vigilia del consiglio comunale nel quale si discuterà (giustamente) di riacquisire le quote del socio privato, in Regione ci sarà un’interrogazione a risposta immediata. Nell’atto si ricorda che il “palese mancato rispetto del cronoprogramma” e che finora “non è stato dato corso agli impegni previsti” oltre che “non risulta chiaro” quanto accaduto con il progetto Life. Da qui la richiesta di approfondire la vicenda “alla luce delle segnalazioni che giungono dalla cittadinanza, in ordine alla situazione di stallo che si è venuta a creare relativa all’avvio dei lavori”. Cittadinanza, attenzione: il consigliere Cristoforo Tontini sembra guardarsi bene dal segnalare ciò che accade da queste parti…

La Corrado ricorda, inoltre, che “la vigilanza sull’accordo di programma e gli eventuali interventi sostitutivi” andavano valutati da un collegio con rappresentanti anche regionali ma allo stato “sembrerebbe che nessuna attività di vigilanza sia stata proficuamente posta in essere, anche alla luce di macroscopici ritardi in ordine all’avvio del progetto“. Per questo si chiede al presidente Nicola Zingaretti e agli assessori di riferimento di chiarire “le effettive motivazioni in ordine al ritardo dell’avvio dei termini dell’accordo di programma” e “se il progetto oggetto dell’accordo abbia subito variazioni o modifiche rispetto alla concessione originaria“. Ciliegina sulla torta, infine, la vicenda delle quote al socio privato. La consigliera chiede di sapere se la delibera del 19 luglio 2012 che aveva per oggetto la “cessione di azioni Capo d’Anzio tra Italia navigando e Marconi“, con la richiesta di restituzione delle quote “al valore nominale“, alla quale non è mai stato dato corso: “abbia influito nella determinazione dei ritardi del cronoprogramma“.  Avremo, finalmente, anche la versione della Regione che un ruolo – comunque – continua ad averlo in questa storia. Se non altro per la vigilanza.

Alta diagnostica, la trasparenza non abita alla Regione

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C’è la trasparenza decantata, quella messa nei comunicati ufficiali copiati a piene mani da siti e agenzie, e quella reale. La Regione Lazio predica bene e razzola male e aspetto ancora – sono trascorsi più di due mesi – la risposta in merito a un documento che chissà cosa contiene se è così difficile da avere. E’ la nota con la quale, nel dicembre scorso, la Regione ha fatto dietrofront sul centro di alta diagnostica per immagini di Latina. Da lì è partito un percorso kafkiano che finora ha prodotto un solo risultato: il centro unico in Italia per macchinari e potenzialità rischia seriamente di non farsi più nel capoluogo pontino, anche se nessuno sa dirci ufficialmente perché a livello istituzionale. Chiedi alla Regione Lazio, all’ufficio stampa, ma della nota non ti fanno sapere nulla. Fai chiedere a un consigliere regionale di opposizione, ma nemmeno lui riesce a scardinare la burocrazia. Allora pensi al percorso ufficiale: richiesta di accesso agli atti “ai fini di un servizio giornalistico” (a cosa siamo arrivati…) dalla pagina dell’Ufficio relazioni con il pubblico (Urp). E’ il 4 agosto, l’Italia è in ferie, ma la risposta automatica con il numero di “ticket” assegnato alla richiesta arriva subito. Speri sia la volta buona, ma nulla…

Allora chiami, due mesi dopo, e chiedi. E’ ormai una questione di principio, la lettera e il suo contenuto nel frattempo sono ormai noti per vie traverse, ma scopri da una gentile operatrice che la Regione ha chiesto alla Asl di provvedere… Siamo seri, quella nota è partita dagli uffici della Regione Lazio e per quale motivo – in quella che è ormai universalmente nota come accessibilità totale – non sia ancora stata consegnata a chi l’ha chiesta è un mistero. E fortuna che attraverso l’Urp, fra l’altro “il cittadino ha la possibilità di porre quesiti ed osservazioni attraverso il canale mail ed ottenere risposta in tempi brevi”. Brevi quanto, di grazia?

Ah, comunque la lettera non serve più. Grazie lo stesso. 

Centro alta diagnostica come il porto: la peggiore burocrazia

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Ma sì, ammettiamo che la Fondazione Roma si voglia buttare avanti e dica “ce ne andiamo” per mettere la Regione alle strette. Se pure fosse? Il rischio che il centro alta diagnostica non si faccia più a Latina o si faccia pure nel capoluogo ma non al “Goretti” è il trionfo della peggiore burocrazia. Sembra di assistere alla tiritera del porto di Anzio – è un caso che anche in questo caso governi il centro-sinistra? – quando ci si celava dietro a “procedure” inesistenti per dire di no.
Qui è ancora peggio, in Regione c’è chi ha provato in extremis a bloccare il trasloco del 118, al posto del quale sarebbe andato il centro, e non c’è riuscito perché il trasferimento era già avvenuto. C’è chi ha detto “tanto a Latina non si farà mai”. C’è chi sta nascondendo una lettera spedita alla Asl a dicembre 2013 con le motivazioni che non consentirebbero di aprire il centro. Sì, nascondendo. L’ha chiesta invano il consigliere regionale Pino Simeone. Chi scrive ha attivato una richiesta di accesso agli atti. Nulla.
Perché non si può aprire il centro dopo protocolli firmati e delibere vigenti? Nessuno lo dice ufficialmente. Sembra che ci sarebbero intoppi sulla proprietà dei macchinari, sull’uso “privato” di un bene pubblico (la sede dell’ex 118) nonostante le prestazioni gratis garantite alla Asl, la Fondazione “guadagnerebbe” – reinvestendo sul centro, mica intascando i soldi… – e chi più ne ha ne metta.
Qui la Fondazione, che certo ci “prova” e vuole mettere la Regione alle strette, di sicuro investe. Fior di milioni di euro, per un macchinario unico in Italia, destinato a richiamare studiosi da mezzo mondo. Questo non conta per i burocrati, ancora meno per i politici a quanto pare. Quelli che promettono da oltre dieci anni la terapia intensiva neonatale, ad esempio, mentre i bambini con problemi continuano a essere a rischio. Quelli che con il Dea di II livello giocano a carta vince carta perde: Marrazzo lo inserisce ma non lo crea, la Polverini lo toglie, Zingaretti lo reinserisce ma formalmente c’è ancora da aspettare.
Certo nel caso dell’alta diagnostica, il macchinario resterebbe privato e c’è da dire meno male. Perché basta fare quattro passi al “Goretti” per vedere in che condizioni sono quelli pubblici e cosa occorre fare per sostituirli. A cominciare – i burocrati conoscono – dall’acceleratore lineare. Indispensabile per la radioterapia, la cura dei tumori. Chi impedì la gara per il nuovo? Basta chiedere in Regione, negli uffici lo sanno bene. Si sono persi tra spesa corrente e spesa in conto capitale quando la Asl propose di pagarlo con fondi di bilancio. Lo stiamo ancora aspettando e al primo guasto dell’unico funzionante partiranno i viaggi della speranza per Roma.
Il macchinario del centro per alta diagnostica non avrebbe di questi problemi, pagherebbe tutto la fondazione Roma. Ma se una cosa decidi di non farla fare, il modo in Italia lo trovi. La Regione, attraverso pareri “a soggetto“, è stata capace di rinviare finché ha potuto l’approvazione del nuovo porto di Anzio decretandone il fallimento quando è stato autorizzato in piena crisi della nautica. Adesso in Regione c’è chi – per motivi ufficialmente sconosciuti – intende bloccare a Latina un investimento, la possibilità di fare ricerca, la diagnostica senza eguali per i tumori.

Verranno a dirci che c’è il “piano di rientro“, la ricetta che ormai usano per ogni “no“. Un’ultima curiosità: la Regione che ha aperto senza “autorizzazione all’esercizio” la casa della salute di Sezze è la stessa che sta impedendo il centro di alta diagnostica. Complimenti!