Parcheggi per Ponza, brutto spettacolo e qualcosa di più serio

ponza

Immaginiamo per un attimo di arrivare in una normale località turistica, pensiamo di essere ormai nei  pressi di un paio di alberghi e di essere “assaliti” dai fattorini dell’uno e dell’altro che con voce squillante ci chiedono se abbiamo bisogno di un hotel. Ma no, lo abbiamo prenotato on-line ormai….

Allora diciamo che cerchiamo un mezzo di trasporto e che in men che non si dica ci vengano “sotto” addetti di un paio di società, dai modi spicci, a offrire i loro servizi.

Ecco, prendiamola un po’ alla lontana, ma quello che sta nuovamente accadendo al porto di Anzio con le società che gestiscono i parcheggi per chi è diretto a Ponza è un brutto biglietto da visita. Ce ne sono di peggio, sia chiaro, basta vedere i cumuli di rifiuti o la situazione di abbandono per chi andando al porto può notarsi ovunque l’assessore Patrizio Placidi non abbia mandato una “squadra” per le grandi pulizie, da postare su facebook mentre altrove regna il degrado.

Diciamo pure che quei ragazzi stanno lavorando e che se non lo fanno adesso, non lo fanno più. Ma è necessario essere quasi “aggrediti” arrivando al porto? Si può provare ad avere un approccio diverso nei confronti di chi magari cerca un posto per la sua auto mentre è sull’isola  (che, come gli alberghi, ormai si prenota anche on line) ma pure chi vaga per un parcheggio in centro o – semplicemente – è solo di passaggio?

Nuovamente accadendo, dicevo, perché si è tornati ad avere una concorrenza che era sparita. Era stato “imposto” un monopolio, peggio era stato “consigliato” a chi non voleva avere concorrenza – ed evitare quello spettacolo al porto, oltre a poter perdere clienti – di assumere chi dicevano loro e poi di pagare il pizzo per stare tranquilli.

E’ agli atti dell’indagine “Mala suerte” e in Comune fingono, come sempre, di non sapere. Invece almeno un paio di esponenti politici sanno eccome. In quelle pagine c’è un “metodo” che viene indicato e che preoccupa. Sul quale si indaga ed esistono, fra l’altro, nuove denunce.  Insomma: molto più del poco piacevole biglietto da visita che viene offerto da Anzio, ogni giorno, a quanti arrivano al porto.  Quei ragazzi, dopotutto, stanno lavorando.

 

Se le cooperative finiscono a “controllare” il Comune

commissariatoanzio

Che brutti tempi viviamo. Dice: “Le cooperative ci sono sempre state“. Certo, vero. Ma chi le gestiva – e in molti casi le gestisce ancora – non è mai sceso a tanto. Pur essendo impegnato in politica e in prima linea. Ti spiegano che tutti hanno diritto ad avere un’altra possibilità – ed è vero, lo dice la Costituzione – e che per legge le cooperative “di tipo B” hanno una corsia preferenziale. Dovrebbero integrare nella società chi ha avuto problemi con la giustizia. Benissimo.

Ad Anzio, emerge anche dagli atti dell’operazione “Mala suerte“, sono nel corso degli anni diventate altro. Ormai non ce n’è una che non abbia uno “sponsor” politico e che alzi la voce, anzi finisca al centro di indagini. Dice “Ma pure prima avevano sponsor politici“. Vero, ma o non indagava la magistratura o – più semplicemente – evitavano di mettere in atto comportamenti tali da interessare forze dell’ordine e Procura.

Qui dalle proroghe per il verde – con l’ipotesi di favori a “soci elettori” dell’assessore all’ambiente – alla vicenda del cimitero, dalla proroga per l’assistenza sui bus a una presunta estorsione per la gestione dei parcheggi al porto di quanti partono alla volta di Ponza,  dal presunto voto di scambio per lavorare con le aziende che si occupano dei rifiuti fino al passaggio del servizio da Giva a Parco di Veio (quando il sindaco disse in consiglio comunale “avete voluto le gare, ecco che succede…“) tornano negli atti sempre le stesse realtà.   E sempre con comportamenti che secondo la magistratura non sono consoni, al punto da configurare vicende penalmente rilevanti. Con gli eletti o gli assessori di riferimento ora formalmente indagati, ora “sfiorati” dalle carte, ma comunque con una responsabilità che è – quella sì – completamente politica.

Tutti sono innocenti fino a prova del contrario, questo valeva, vale e varrà sempre. Ma la deriva che è stata prese non piace affatto. L’indagine “Mala suerte” parla di droga, estorsioni, armi, persino un episodio di pedofilia.E diversi personaggi coinvolti “ruotano” sistematicamente intorno al Comune. Anzi, nelle carte sembrano addirittura vantarsene.

Non dice questo – ne siamo certi – la norma sulle cooperative che devono offrire la possibilità di riscatto a chi ha avuto problemi. Sarà bene che la politica di casa nostra ne cominci a prendere atto, anche se abbiamo l’impressione che sia ormai troppo tardi.

 

 

Sono imputati, non colpevoli. Il problema è un altro….

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L’assessore all’ambiente Patrizio Placidi, il consigliere comunale Valentina Salsedo, il dirigente del settore Walter Dell’Accio e gli altri cinque imputati quali rappresentanti legali o di fatto delle cooperative che avrebbero avuto favori dal Comune sono, appunto, degli imputati.

E’ lo status che si acquisisce con la richiesta di rinvio a giudizio e sapremo a gennaio se ci sarà o meno un processo. Erano, sono e restano -comunque – innocenti fino a prova del contrario.

Il problema non è il processo che potrebbe iniziare o meno, come abbiamo sostenuto anche in passato, ma il fatto che secondo la Procura ci fosse un “sistema” per eludere le gare e favorire attività ritenute “vicine” all’assessore.

Se non sarà penalmente rilevante i giudici lo decideranno. Quello che dal punto di vista politico e amministrativo non è condivisibile è il metodo adottato e che emerge dalle carte. Ci sono questioni di opportunità, di regole che devono essere uguali per tutti e non che vedono affidamenti a cooperative che poi garantiranno voti, usando i soldi della collettività. Questioni che prescindono dalla rilevanza penale.

Non interessa il processo che fra dieci anni, forse, ci dirà se sono colpevoli o meno con certezza. Interessa il sistema utilizzato, denunciato da più parti e oggi al centro di un’indagine che lo smaschera e che – al di là di come andrà a finire – conferma una gestione a vantaggio di pochi.

Il sindaco? Certamente dirà che “non sapeva“, mentre aveva il dovere almeno di capire di fronte alle segnalazioni arrivate da cittadini, stampa e opposizione. Avrebbe avuto un problema di non poco conto in maggioranza durante il suo primo mandato, forse, e magari quella manciata di voti che nel 2013 lo ha confermato al ballottaggio non ci sarebbe stata. I se e i ma non fanno la storia, è vero, ma da chi rappresenta una città ci si aspetta altro anziché i “non so“. Senza ricordare che nel famoso e tormentato passaggio da Giva – tra le società finite nell’inchiesta – e Parco di Veio rispose in Consiglio comunale: “Avete voluto le gare? Ecco il risultato….

E quello che è successo prima, secondo le carte della Procura, andava bene? Va bene?

Più delle indagini vorremmo avere i risultati…

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Un nuovo potenziale caso di voto di scambio. Il secondo, ad Anzio, nello stesso settore. E poi indagini che vanno dal “Caro estinto” a quelle della Direzione distrettuale antimafia relative alla Ecocar e diffuse in tutta Italia, la vicenda del cimitero e degli appalti “spacchettati“, quelle ancora appese e ormai praticamente prescritte per gli scarichi del depuratore o gli abusi edilizi.

La posizione di chi scrive, non da oggi, è che tutti sono innocenti fino a prova del contrario. La cosa che colpisce è un’altra: ma di tutte queste inchieste, prima o poi, vedremo i risultati? Sapremo mai che fine hanno fatto, se i protagonisti – indagati e quindi semplicemente destinatari di una misura di garanzia – ne sono usciti puliti dopo mesi, se non anni, “appesi” a un filo?

Quello dei rifiuti è un settore delicato, delicatissimo, lo dimostra la vicenda dell’appalto recente ancora in bilico. E’ noto che lì sono state fatte assunzioni spesso con uno “sponsor” e che l’assessorato all’ambiente è visto come quello che “” lavoro. Non si spiegherebbe altrimenti la massiccia presenza di operatori del settore alla Festa azzurra e addirittura nel servizio d’ordine. Ma questo è aspetto politico, non penale. E’ su questi ultimi e sulle indagini avviate che servono risposte.

Così come è legittima l’attenzione ai presunti abusi d’ufficio ma girandosi intorno ci sarebbe ben altro da provare a capire: ad esempio quali soldi ha “buttato” Salvatore Buzzi, quello di Mafia Capitale, ad Anzio e per cosa. Capire e, se necessario, perseguire. A cominciare da certi tenori di vita.

Gli unici a pagare, finora, sono stati l’ex assessore Italo Colarieti e la dirigente sospesa Angela Santaniello, insieme ad Augusto De Berardinis per la proroga di un appalto. In primo grado. Aspettiamo l’appello e la Cassazione per capire se non è stata fatta scontare loro una pena abnorme prima ancora di essere condannati (sette mesi ai domiciliari) o se davvero c’è stato abuso d’ufficio e corruzione, ma le altre questioni che fine hanno fatto? Possibile che debbano passare anni prima di sapere l’esito? Si ricorderà, per esempio, la vicenda dell’urbanistica finita in una bolla di sapone per gli ex consiglieri Monti e Godente e il dirigente Pistelli. E’ storia recente il secondo proscioglimento per l’ex direttore generale della Asl Luciano Mingiacchi.

Gente che per anni è stata alla gogna, mentre la magistratura seguiva i suoi tempi incerti. La battaglia per la giustizia-giusta di Radicale memoria è ormai nel dimenticatoio, ma ce ne sarebbe tanto bisogno.

Si è indagati, va bene – e chi può saperlo meglio di chi scrive, ormai quasi collezionista di querele e con una condanna in primo grado – ma si ha diritto ad avere certezza del tempo. Così come, per questioni molto più gravi, serve la certezza della pena.

Invece siamo in Italia, dove funziona esattamente al contrario e per un’indagine si fanno teoremi, prima alla caccia di chi ha fatto uscire le notizie e poi lasciando nel limbo chi è destinatario di una misura che in teoria è a sua tutela.

Giustizialisti in campo, basterebbero le indagini patrimoniali

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Nei giorni in cui si discetta sull’essere o meno garantista – a scanso di equivoci, chi scrive lo è per convinzione e per innata simpatia verso le battaglie dei Radicali di un tempo – nel dibattito non si avverte alcuna riflessione sui reati contestati, sulle indagini portate avanti, sull’attività investigativa relativa al nostro territorio.

Un ormai pensionato procuratore aggiunto era solito, parlando con i cronisti, rispondere sempre: “Sì, va bene, ma i soldi?” Erano i tempi di Tangentopoli, quando venne scoperchiato un sistema dopo il quale anziché emergere i migliori esponenti di una classe dirigente si è passati da maxi-tangenti a prebende paesane che si trasformano in consenso elettorale. Basta che si riconosce alla cooperativa o all’associazione giusta una particolare attenzione.

Il punto non è questo, però. Le forze dell’ordine nel fare il loro lavoro devono intervenire su più fronti. Sappiamo bene quanto sia importante sul nostro territorio quello del traffico di stupefacenti, per esempio, conosciamo la rilevanza della prevenzione per aumentare la cosiddetta “sicurezza percepita”. C’è da fronteggiare la criminalità comune e quella organizzata. Rispetto ai presunti reati della pubblica amministrazione non manca il lavoro, anche se spesso ci si limita all’abuso d’ufficio. Facile da commettere – e ci si incappa anche in assoluta buona fede – altrettanto da dimostrare. Numeri e statistiche delle forze di polizia crescono, la magistratura fa il suo, tutto a posto.

Già, “ma i soldi?” Da queste parti – negli ultimi tre decenni – non ne abbiamo visti. Nel senso che non c’è mai stato un processo per tangenti o presunte tali. Segno buono, si dirà. Vero.

Abbiamo notato, però, come molti cittadini, notevoli accrescimenti patrimoniali e tenori di vita ben al di sopra del normale. Saranno stati soldi fatti onestamente, anche con un piccolo stipendio da impiegato magari ben investito, oppure vincite a qualche lotteria. Oppure – e sarebbe l’aspetto peggiore – lo sfruttamento di posizioni di potere.

Finora alle cronache non ricordiamo indagini patrimoniali. Né proposte di misure di prevenzione. Se alcune di queste sono state applicate è stato sempre per indagini di “rimbalzo” e per beni provenienti dagli investimenti – anche su questo territorio – di personaggi più o meno vicini ai clan.

Ecco, mentre tutti vaneggiano di arresti imminenti, si scoprono giustizialisti o magari aspettano che siano i magistrati a mandare a casa un’amministrazione, esiste uno strumento molto efficace sul quale le forze di polizia prima e il Tribunale poi, possono fare di più. Sono le misure di prevenzione patrimoniali, i sequestri di beni a soggetti pubblici o privati e loro familiari, quando si suppone che tali averi siano di provenienza illecita o comunque tali da non essere giustificati dai redditi dichiarati al fisco. Sequestri che il Tribunale autorizza e che possono arrivare fino alla confisca dei beni. Necessitano di un lavoro lungo e difficile, hanno meno eco di un arresto eccellente, ma vanno dritti al cuore del problema. Il nuovo questore di Roma, Nicolò D’Angelo, ne ha fatto uno strumento della sua azione quando era a Latina prima e a Perugia poi.

L’impressione è che da queste parti avrebbe molto da fare a guardare tenori di vita e investimenti. “I soldi” dei quali parlava il magistrato, spesso sono lì…