Se si vuole appaltare anche la sicurezza

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L’idea piace a un paio di assessori. Se è frutto o meno della commissione sicurezza non è noto. Il sindaco, da quanto si sa, non gradisce. Ma è pronto ad accettare al suo rientro dopo un intervento e la convalescenza programmata, di trovarsi davanti all’atto compiuto. Potrà sempre dire che “non sapeva“.  Di certo i consiglieri comunali, anche i più solerti comunicatori, finora ignorano la vicenda o fingono di ignorarla.

E dire che parliamo di un argomento importantissimo e sul quale si vuole costruire un appalto che oscilla fra i 300 e i 350.000 euro annui. Parliamo di sicurezza e del sistema che il Comune sta valutando per affidarsi a un istituto di vigilanza privato. Che farebbe tutto 24 ore su 24, dalla sicurezza all’arginare i fenomeni di bullismo, dal vandalismo alla micro criminalità, dallo spaccio di stupefacenti agli scippi, proponendosi di agire in azioni di contrasto e di prevenzione. Su quest’ultima si può essere anche d’accordo, ma il contrasto non è demandato alle forze dell’ordine?

Invece si legge di “vigilanza armata” e maggiore presenza sulle strade, verifiche nei siti a rischio e nelle scuole, di una pattuglia con regolare porto d’armi h24, di ronde e servizio di telecamere. Queste ultime ci sono, del loro funzionamento o meno si sono perse le tracce. Tra le proposte, invece, si legge di una centrale operativa da attivare e che valuterebbe se e come intervenire. Scusate, ma 112 e 113?

Ora, le difficoltà delle forze dell’ordine sono note, così come la situazione ai minimi termini della sicurezza percepita dai cittadini, ma forse prima di passare a un progetto del genere e a sostenere costi simili è bene intervenire su quello che c’è. Con meno soldi e maggiore integrazione, una diversa organizzazione sul territorio, l’idea che aveva nel suo programma Ivano Bernardone di coinvolgere sì gli istituti di vigilanza privati ma nei compiti che già anno. Della serie se i metronotte X sono nella zona di Lavinio Mare, la polizia può fare un giro a Falasche e i carabinieri in centro.

Altrimenti si può anche immaginare di appaltare la sicurezza, ma fermo restando che la competenza di intervenire è delle forze di polizia. Gli “sceriffi” non servono.

Il questore di Roma Nicolò D’Angelo avrà mille altre cose da pensare, sicuramente, però prima di procedere sarebbe forse il caso di sentire il suo parere.

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Giustizialisti in campo, basterebbero le indagini patrimoniali

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Nei giorni in cui si discetta sull’essere o meno garantista – a scanso di equivoci, chi scrive lo è per convinzione e per innata simpatia verso le battaglie dei Radicali di un tempo – nel dibattito non si avverte alcuna riflessione sui reati contestati, sulle indagini portate avanti, sull’attività investigativa relativa al nostro territorio.

Un ormai pensionato procuratore aggiunto era solito, parlando con i cronisti, rispondere sempre: “Sì, va bene, ma i soldi?” Erano i tempi di Tangentopoli, quando venne scoperchiato un sistema dopo il quale anziché emergere i migliori esponenti di una classe dirigente si è passati da maxi-tangenti a prebende paesane che si trasformano in consenso elettorale. Basta che si riconosce alla cooperativa o all’associazione giusta una particolare attenzione.

Il punto non è questo, però. Le forze dell’ordine nel fare il loro lavoro devono intervenire su più fronti. Sappiamo bene quanto sia importante sul nostro territorio quello del traffico di stupefacenti, per esempio, conosciamo la rilevanza della prevenzione per aumentare la cosiddetta “sicurezza percepita”. C’è da fronteggiare la criminalità comune e quella organizzata. Rispetto ai presunti reati della pubblica amministrazione non manca il lavoro, anche se spesso ci si limita all’abuso d’ufficio. Facile da commettere – e ci si incappa anche in assoluta buona fede – altrettanto da dimostrare. Numeri e statistiche delle forze di polizia crescono, la magistratura fa il suo, tutto a posto.

Già, “ma i soldi?” Da queste parti – negli ultimi tre decenni – non ne abbiamo visti. Nel senso che non c’è mai stato un processo per tangenti o presunte tali. Segno buono, si dirà. Vero.

Abbiamo notato, però, come molti cittadini, notevoli accrescimenti patrimoniali e tenori di vita ben al di sopra del normale. Saranno stati soldi fatti onestamente, anche con un piccolo stipendio da impiegato magari ben investito, oppure vincite a qualche lotteria. Oppure – e sarebbe l’aspetto peggiore – lo sfruttamento di posizioni di potere.

Finora alle cronache non ricordiamo indagini patrimoniali. Né proposte di misure di prevenzione. Se alcune di queste sono state applicate è stato sempre per indagini di “rimbalzo” e per beni provenienti dagli investimenti – anche su questo territorio – di personaggi più o meno vicini ai clan.

Ecco, mentre tutti vaneggiano di arresti imminenti, si scoprono giustizialisti o magari aspettano che siano i magistrati a mandare a casa un’amministrazione, esiste uno strumento molto efficace sul quale le forze di polizia prima e il Tribunale poi, possono fare di più. Sono le misure di prevenzione patrimoniali, i sequestri di beni a soggetti pubblici o privati e loro familiari, quando si suppone che tali averi siano di provenienza illecita o comunque tali da non essere giustificati dai redditi dichiarati al fisco. Sequestri che il Tribunale autorizza e che possono arrivare fino alla confisca dei beni. Necessitano di un lavoro lungo e difficile, hanno meno eco di un arresto eccellente, ma vanno dritti al cuore del problema. Il nuovo questore di Roma, Nicolò D’Angelo, ne ha fatto uno strumento della sua azione quando era a Latina prima e a Perugia poi.

L’impressione è che da queste parti avrebbe molto da fare a guardare tenori di vita e investimenti. “I soldi” dei quali parlava il magistrato, spesso sono lì…