“Eh, ma il Pd…” Ultima chiamata, oltre le “conte” interne

L’articolo uscito sul Granchio

dopo le primarie del 2007

Nell’ultimo anno, dopo il trasferimento per ragioni di lavoro a Frosinone, ho conosciuto meglio Francesco De Angelis. È il plenipotenziario del Pd in quella provincia, è stato assessore regionale ed europarlamentare, da stasera (26 giugno) presidente del partito nel Lazio. Nella “corsa” che ha portato Daniele Leodori a essere eletto segretario regionale in modo quasi plebiscitario ha detto “in questi anni abbiamo votato molto e discusso molto meno”. È uno spunto che vale ancora di più ad Anzio, dove il PD ha vissuto l’ennesimo passaggio interno. Chi sosteneva Maria Cupelli all’assemblea regionale ha “vinto” contro chi, invece, era dalla parte di Abate e Bernardi. Ex Pci contro ex Dc, pure alleati quando alla segreteria di Anzio, invece, era candidato Gabriele Federici. Nessuno dice che al voto sono andati in meno di 300, contro i circa 3.000 delle prime edizioni delle primarie, fossero per la segreteria regionale o Bersani contro Renzi (con tanti che sostenevano il primo e poi virarono sul secondo) o persino per le “parlamentarie” tra Natale e Capodanno. È noto che essendo tra i fondatori del Pd (quando al cinema Fiamma per le primarie c’erano liste che corrispondevano alle “correnti” dei precedenti partiti) e avendone spesso criticato le scelte sono stato “indigesto”. A maggior ragione quando fui indicato come candidato sindaco.

Ma il punto non è questo, leggo toni – gli ennesimi – di chi avrebbe “preso” il Pd. Per farne?
Intervenendo all’incontro dopo l’incidente di percorso che ha portato alle dimissioni di Luigi Visalli ho sostenuto che da una dolorosa vicenda personale si potesse prendere spunto per ripartire. Senza infingimenti, tessere fatte o meno, “simpatie”, strategie a perdere che spesso hanno fatto il gioco della destra. Come quando Bruschini non aveva la maggioranza e qualcuno scelse di stare sull’Aventino, non partecipando ai Consigli comunali che gli consentirono di tirare a campare e continuare a vincere. Ma proprio perché il Pd le elezioni ad Anzio non le ha mai vinte, si vuole dire che la destra De Angelis-Bruschini-De Angelis – aprendo falle pericolosissime verso ambienti della criminalità che hanno portato allo scioglimento del Comune – ha governato dal ’98 in poi? La vogliamo smettere con la storia che tanto piace ad Anzio e recita sempre “Eh… ma il Pd”. Di errori ne ha commessi, certo, ma non ha governato e oggi deve cominciare a immaginare di farlo. Preoccupandosi di “prendersi” il partito o di avere le chiavi della sezione, certo, ma poi di farne una realtà presente sul territorio a partire da una sede aperta. Di dialogare con chi è andato altrove ma ha compiuto un percorso insieme, con il civismo vero e non di facciata, con quella città della quale non si conoscono più le esigenze. Il Pd che ad Anzio non ha governato ma quando lo ha fatto in Regione ha garantito, per esempio, la praticabilità del canale di accesso al porto, realtà che attraverso la Capo d’Anzio la destra ha portato al fallimento. O gli investimenti sulle barriere di protezione per l’erosione.
Allora, tornando ad Anzio, intanto serve che il PD “investa” considerando questo territorio (insieme alla vicina Nettuno) una emergenza nazionale. Per il partito, chiamato a svolgere un ruolo di conoscenza e proposta da Sacida al porto, da Zodiaco a Marechiaro, e per la città stessa.
Perché l’onta dello scioglimento ha la responsabilità politica, intera, del centro destra. E perché con l’insediamento della commissione straordinaria (che su diverse cose non sta brillando) la Politica – sì, con la maiuscola – non è finita, anzi deve riaffermarsi e proporre. Il 2025, ammesso che voteremo, è dietro l’angolo. C’è da discutere, per dirla con Francesco De Angelis, prima di “contarsi”. C’è da immaginare, insieme a chi non ha condiviso le esperienze del centro-destra o se n’è andato sbattendo la porta da quella coalizione – un modello di città che guardi almeno al 2050 dopo essere ripartita da quella che mi piace chiamare legalità delle cose quotidiane e dai servizi essenziali.
Per farlo occore capire, studiare, lavorare sui dati, proporre, agire. Può farlo il Pd? A modesto parere di chi scrive, ha il dovere di farlo. Con una nuova segreteria, un nuovo congresso, l’ennesima “conta”? Conosco poco le dinamiche da seguire in questi casi ma rappresenterebbe, forse, il colpo di grazia. Allora sarebbe il caso che la Schlein si rendesse conto di questa emergenza e decidesse di “investire” su Anzio con un nome di prestigio e in grado di mettere d’accordo tutti. E di cominciare, insieme, a lavorare per cambiare la litania “Eh, ma il pd” in una presenza effettiva, visibile, capace di coinvolgere la cittadinanza.
Ho l’impressione che sia l’ultima chiamata e non ci saranno altre occasioni. Ma come diceva la mia amica Giovanna: “Tu leggi e scrivi, ma di politica non capisci un c….” Visti certi andazzi, aveva ragione.

Falasche, tutto come prima. Il Comune non interviene

Da circa un mese il tribunale amministrativo regionale del Lazio (Tar) ha confermato che la concessione dell’impianto di Falasche alla società che l’ha gestito in questi anni è decaduta. Ma è come se nulla fosse, perché in quella struttura tutto procede come e più di prima. Porte aperte a giocatori, familiari, annessi e connessi. “La presente ordinanza sarà eseguita dall’Amministrazione (…)”, scrivono i giudici del Tar, ma in Comune si sono guardati bene, finora, di dar seguito a quella decisione. Di tornare in possesso, cioè, di un bene pubblico, preparare nel frattempo un nuovo bando e apporre intanto i sigilli alla struttura.

Direte, ma che ti ha fatto questo Falasche? Nulla, per carità, ma dopo le vicende relative all’ex presidente Alberto Alessandroni – che mi costò un’aggressione nell’unico consiglio comunale al quale presi parte dopo il voto del 2018 – sono emerse cose ancora più gravi e la gestione successiva dell’impianto è al centro della relazione della commissione d’accesso. Di più, è uno dei principali motivi dello scioglimento per condizionamento della criminalità. Il “simbolo” di come venisse gestito il patrimonio dalla politica e dagli uffici compiacenti.

Solo che la politica, adesso, formalmente non c’è, ma dagli uffici non è che hanno cambiato atteggiamento. Anzi. Sembra di rivedere la storia del caso Ecocar-Gesam, vincitrice ed esclusa a favore di Camassa, con pareri (come in questo caso) ricorsi e controricorsi e un contratto prolungato di fatto, a quest’ultima, con i dipendenti vicini alla ‘ndrangheta o quelli che andavano a firmare le liste a sostegno di chi avrebbe governato la città di lì a poche settimane. La storia che poi ci ha portato dritti dritti, protagonisti sempre gli stessi, dentro Aet.

La politica, almeno formalmente, è fuori dai giochi e al suo posto c’è una Commissione straordinaria che rappresenta lo Stato ed è chiamata a ristabilire le regole sistematicamente violate, come si legge nella relazione sullo scioglimento. Se non si dà corso a una sentenza come si torna ad avere un po’ di legalità? E il dirigente “signorsì” o il responsabile del patrimonio – i quali in un’azienda privata avrebbero avuto già più di qualche problema vista la mole di episodi singolari che li riguardano – perché non sono ancora intervenuti? Si aspetta forse un ricorso al Consiglio di Stato, mentre a Falasche la società con i suoi manifesti “collegamenti” (lo dice sempre la relazione) continuerà ad andare avanti?

O la commissione ha deciso di aspettare, preferendo le immagini da pubblicare sui social alle attività da svolgere?

Processo alla Capo d’Anzio, l’assenza ingiustificata del Comune

Domani, 9 giugno 2023, è in programma il processo ai vertici della Capo d’Anzio accusati di avere “taroccato” i bilanci del 2018 e 2019. Gli imputati hanno scelto il rito abbreviato. Com’è noto il Comune, parte lesa, e la stessa società (idem) non si sono costituiti parte civile. Nei giorni scorsi gli ex consiglieri del Movimento cinque stelle hanno reso noto attraverso un comunicato il motivo per il quale la Commissione straordinaria che guida la città non si è costituita.

Eravamo abituati a febbri dei revisori, guasti informatici puntualissimi, ci mancavano i documenti non rinvenuti. Perché il “segreto di Stato” era stato già usato (parere di Cancrini sulla cessione delle quote del porto) e pure “uno dei tanti documenti che mi capita di non vedere”, come Bruschini disse quando era arrivato il parere che dichiarava Placidi incompatibile. I documenti mai arrivati, no. Questa storia è nuova e ha dell’inverosimile. Ci perdoneranno i commissari straordinari, ma saperlo il 22 marzo – alla vigilia dell’udienza prevista il 24 – e da Marinedi (che invece si è costituita) anziché dagli uffici comunali, è di una gravità inaudita. A meno che non si dimostri che Procura e Tribunale di Velletri abbiano “dimenticato” di notificare alle parti lese gli sviluppi della vicenda. Suvvia! Oggi si fa via posta elettronica certificata, ma se così fosse sarebbe ancora più grave.

Nemmeno regge la storia dell’avvocato contattato per le vie brevi – e in Comune c’è un elenco specifico di legali di fiducia – che avrebbe detto “no grazie” perché i tempi erano strettissimi. Anche uno studente alle prime armi con la procedura penale sa che ottenuto il mandato a ridosso della scadenza, spiegando l’accaduto, può chiedere un breve rinvio al Tribunale. Tutto questo non è accaduto e ferma restando la buona fede di chi sta guidando la città, quella costituzione di parte civile non c’è stata e non ci sarà. Comunque, a modesto parere di chi scrive, quell’assenza sarà ingiustificata. E tralasciamo per carità di patria vicende di potenziali conflitti di interesse di chi rappresenterà le parti al processo.

I commissari perdoneranno, ma quando c’era la politica (il famoso “modello di amministrazione”) gli uffici erano soliti assecondare le volontà dei vertici dell’amministrazione. Non vorremmo che ci siano ancora influenze del genere, né osiamo pensare che questa vicenda arrivi a fare il paio con quella dei cartelli della bandiera blu 2013 che abbiamo pagato come debito fuori bilancio, senza che nessun atto li chiedesse e senza opporci al decreto ingiuntivo della società. Chi guidava Anzio, è noto. Quel “modello” è stato smascherato dalla commissione d’accesso e prima ancora dall’indagine “Tritone”. Basta con “signorsì” e dimenticanze, dalla guida dello Stato ci si attende, rispettosamente, altro.

Falasche, addio concessione. Non è mai troppo tardi

Pubblico di seguito la sentenza con la quale il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del Falasche Lavinio. Avere ragione, in questi casi, conta poco. Però mi piace sottolineare che c’era chi ribadiva, quando scrivevo, “eh ma ci stanno i ragazzini”. C’era chi aveva trasformato, prima e dopo, quell’impianto in un “votificio”, al netto delle indagini su un’evasione fiscale commessa su un terreno pubblico. C’era chi, in Comune, si girava dall’altra parte perché così voleva la politica (sempre lui, il dirigente “signorsì”) e si è mosso come si legge nella sentenza solo nel 2022, quando la commissione d’accesso era insediata e si provava – invano – a nasconderle le carte. C’era, sempre in Comune, chi si arrampicava sugli specchi di pareri legali per prendere tempo, rinviare, cercare soluzioni che non c’erano. Poi, solo poi, è arrivato il provvedimento di decadenza datato 27 febbraio di quest’anno ovvero sotto la gestione della commissione straordinaria. Prima si dava retta alla politica, magari conveniva. La responsabilità della gestione del patrimonio, come quella del demanio, di una macchina amministrativa in diversi settori “votata” al sindaco o all’assessore di turno è sì di chi faceva politica ma anche di chi la seguiva per un posto al sole nella struttura. I primi hanno pagato “regalando” ai cittadini lo scioglimento del Comune, i secondi inspiegabilmente restano lì. In una qualsiasi società privata sarebbero stati messi alla porta. Ah, in tutto questo le varie società che si sono susseguite, le diverse gestioni dell’impianto, chi in Comune – politico, funzionario o dirigente – faceva sì che il Falasche gestisse come voleva quell’impianto, cosa hanno insegnato “ai ragazzini”?

LA SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 6821 del 2023, proposto da

ASD FALASCHE LAVINIO, in persona del legale rappresentante p.t., con domicilio digitale presso l’indirizzo di posta elettronica certificata, come risultante dai registri di giustizia, dell’avv. Pietro Minicuci che la rappresenta e difende nel presente giudizio

contro

COMUNE DI ANZIO, in persona del legale rappresentante p.t., con domicilio digitale presso l’indirizzo di posta elettronica certificata, come risultante dai registri di giustizia, dell’avv. Chiara Reggio d’Aci che lo rappresenta e difende nel presente giudizio

per l’annullamento

previa sospensione dell’efficacia,

del provvedimento prot. gen. n. 15500 del 27/02/23 con cui il Comune di Anzio ha dichiarato la decadenza della ricorrente dalla convenzione n. 2938/2021 serie 3 avente ad oggetto la gestione dell’impianto sportivo comunale “Villa Claudia”;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della Citta’ di Anzio;

Vista la domanda di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato, presentata in via incidentale dalla parte ricorrente;

Visto l’art. 55 cod. proc. amm.;

Visti tutti gli atti della causa;

Ritenuta la propria giurisdizione e competenza;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 30 maggio 2023 il dott. Michelangelo Francavilla;

Considerato che il ricorso non è assistito da sufficienti profili di fondatezza;

Considerato, in particolare, che:

– il gravato provvedimento di decadenza contesta alla ricorrente il mancato pagamento sia delle somme dovute a titolo di canone per la concessione attualmente in essere sia di quelle riferibili alla precedente concessione;

– è incontestato che la ricorrente non abbia mai pagato (per oltre un anno) il canone della concessione oggetto dell’atto del 06/09/21;

– tale circostanza, di per sé, giustifica la decadenza della concessione secondo quanto previsto dall’art. 3 comma 4 della convenzione;

– la clausola in questione deve ritenersi legittima in quanto presidia e garantisce l’effettivo pagamento del canone concessorio costituente elemento essenziale del rapporto di diritto pubblico;

– inoltre, l’entità dei canoni non pagati e riferibili alla concessione del 06/09/21 (la morosità si protrae da oltre 18 mesi) induce a ritenere esistente la proporzione tra inadempimento e misura decadenziale adottata;

– ne consegue l’irrilevanza, ai fini della valutazione di fondatezza del gravame, di ogni contestazione circa la debenza delle somme riferibili alla precedente concessione;

– in senso favorevole alla ricorrente non può essere nemmeno valorizzata l’offerta di pagamento, da essa formulata con messaggio di posta elettronica del 01/03/23, da ritenersi del tutto tardiva;

– in proposito, va rilevato che la ricorrente ha omesso di provvedere al versamento nonostante le sollecitazioni più volte in passato formulate dall’amministrazione comunale con note del 18/07/22 e dell’11/08/22 (quest’ultima comunicata in pari data) e con la comunicazione di avvio del procedimento trasmessa all’associazione esponente il 23/09/22;

– nello stesso senso, un impegno spontaneo al pagamento, formulato dalla ricorrente con nota del 22/07/22, non ha avuto alcun seguito;

Considerato che, per questi motivi, l’istanza cautelare deve essere respinta;

Considerato che la reiezione della domanda cautelare comporta la condanna della ricorrente al pagamento delle spese della presente fase processuale il cui importo è liquidato in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Bis):

1) respinge l’istanza cautelare;

2) condanna parte ricorrente a pagare, in favore del Comune di Anzio, le spese della fase cautelare il cui importo liquida in euro duemila/00, oltre iva e cpa come per legge.

Il coraggio e le capacità: 21 donne, la nostra Costituzione. A lunedì

Quelli della mia generazione ricorderanno, se non a memoria, che a scuola si studiava la “Spigolatrice di Sapri”. Il verso “eran trecento, erano giovani e forti….” rimbalza forse anche nella mente di qualcuno più giovane che nei moderni programmi di formazione in qualche modo lo avrà almeno sentito. Se quella spedizione purtroppo finita male, doveva servire a rivoltarsi contro i Borboni nel regno delle due Sicilie, ce n’è stata una – 90 anni dopo – che la rivoluzione l’ha fatta davvero. In silenzio, o quasi, con coraggio e grande capacità. E’ quella delle 21 donne che “fecero la Costituzione”, come ci ricorda il libro di Angela Iantosca e Romano Cappelletto (edizioni Paoline) che lunedì 5 giugno alle 18 presentiamo ad Anzio, presso la sala consiliare di Villa Sarsina. L’iniziativa dell’associazione “Oltremente” dell’infaticabile Maria Teresa Barone è patrocinata dal Comune.

Nel dorso di copertina si legge: “Chi sono le ventuno donne che hanno contribuito all’elaborazione della Costituzione italiana? Quali sono le loro storie, la provenienza, le battaglie che hanno portato avanti, sacrificando spesso la vita privata e la propria famiglia in nome di un bene comune? Questo libro prova a raccontarlo attraverso le loro stesse voci, con una narrazione in prima persona che restituisce ai lettori la passione di chi ha partecipato alla ricostruzione di un Paese appena uscito da una devastante guerra. Il testo, rivolto agli studenti delle scuole secondarie di I e II grado, intende ricordare quelle figure, spesso dimenticate, che hanno lottato senza mai tirarsi indietro e mostrare quanta strada ci sia ancora da fare, oggi, per attuare i princìpi e le battaglie di ieri”.

Si scoprono, leggendo il libro, tante cose che oggi diamo per scontate e allora non lo erano. Anzi. Si comprende come sui diritti fondamentali lo “sguardo” delle costituenti è stato decisivo. Non era facile essere lì, in un’Italia che metteva al margine le donne, le relegava a ruoli secondari, essere protagoniste di un passaggio epocale. Eppure seppero tenere testa agli uomini, ci misero coraggio, capacità, lungimiranza. Il libro le “restituisce” attraverso i loro racconti, riportandoci all’attualità e a quanto sui diritti nulla sia acquisito per sempre. La parafrasi è azzardata ma ci sta: “Eran 21, erano giovani e forti”. E hanno scritto pagine indelebili e attualissime. Vi aspetto lunedì.

Incandidabili, le emergenze sono altre. A cominciare dal porto

Sono stato tra i primi e tra i pochi a sollevare ciò che accadeva con il sistema Anzio, a riportare atti giudiziari, in questo blog, nei quali era palese che persone vicine alla politica facevano il loro comodo approfittando di chi gestiva il Comune. Quello che è successo – con l’onta subita dalla città e lo scioglimento per condizionamento della criminalità – era un atto dovuto alla luce di quanto emerso dall’indagine “Tritone”, ma prima ancora Malasuerte e da tutte le altre attività investigative. Che hanno riguardato gli amministratori – se non penalmente – moralmente sicuramente sì e con una responsabilità politica senza precedenti.

Detto questo, più che preoccuparmi oggi degli incandidabili e di fare la “caccia” al nome (prima o poi usciranno, non è questo il punto) mi preoccuperei di pensare a un’alternativa seria da qui al 2025, quando torneremo a votare se non ci saranno altri sconquassi. Quindi a chi candidare come consigliere comunale e come sindaco, costruendo prima una coalizione che metta insieme tutti coloro che non hanno avuto a che fare con le vicende che hanno portato allo scioglimento e non solo. Coalizione che riparta dalla legalità delle cose quotidiane e dal normale funzionamento dei servizi per i cittadini.

Perché attenzione, le persone alle quali sarà contestata l’incandidabilità non sono state raggiunte da provvedimenti giudiziari e se pure lo saranno, resteranno innocenti fino a prova del contrario. Così come per le norme che regolano lo scioglimento, restano tutti candidabili fino alla Cassazione. Partiamo dal presupposto che la decisione passa per la magistratura di Velletri che su questo territorio non è che abbia mai brillato. Ammettiamo siano dichiarati incandidabili, dovremo aspettare la pronuncia definitiva prima di non vederli in lista. Conosciamo bene le loro responsabilità politiche, però, abbiamo letto la relazione della commissione d’accesso che decreta il fallimento di quello che voleva essere spacciato come un modello di amministrazione ed era invece un modo di usare la cosa pubblica per altri fini. Abbiamo letto del votificio della Camassa, della contiguità con la Ndrangheta, di come funzionavano le concessioni demaniali o come veniva gestito il patrimonio. Abbiamo scoperto che solerti funzionari e dirigenti allineati (uno ancora inspiegabilmente al suo posto) hanno cercato di nascondere ai componenti della commissione di accesso i documenti. Conosciamo gli atti di Tritone e quindi la responsabilità continua a essere solo ed esclusivamente politica, almeno al momento la stessa che ha adesso chi vuole e anzi deve creare un’alternativa a quel sistema.

Perché chi c’era è pronto a tornare, se non direttamente attraverso parenti o amici stretti e si deve cominciare a lavorare sin da adesso a un modello alternativo per evitare questo. E magari per tornare a occuparsi delle emergenze, prima fra tutte quella del porto e della Capo d’Anzio. Torniamo a chiedere ai commissari e all’amministratrice unica, da questo umile spazio: qual è il piano industriale della società? Perché il bilancio 2022 non è ancora approvato? E’ vero che su quello del 2021 “Marinedi” ha presentato osservazioni in sede civile quale creditore? Si sono accorti o non che il porto “turistico” è vuoto? Perché il Comune non si è costituito parte civile nel processo ai vertici per falso in bilancio? Cosa si intende fare di fronte all’ordinanza della Capitaneria che con un canale di accesso ridotto a 1,90 metri in alcuni punti sancisce che la responsabilità è dei comandanti delle unità da diporto? La politica, quel che ne resta, dovrebbe occuparsi di questo, ma anche di una stagione estiva alle porte che non ha certezze – al momento – relative a un piano di sicurezza e prevenzione degno di tale nome. Anche di un bilancio che continuano a indicarci come florido ma sul quale continuano a pesare (e non poco) residui attivi che nessuno è andato a riscuotere. Per non parlare dell’Aet, la società in “house” per i rifiuti che come volevasi dimostrare, per adesso ci fa pagare i debiti accumulati nelle varie gestioni dei Comuni che serve.

Infine una vicenda che mi addolora. Riguarda l’amico Luigi Visalli, ai domiciliari per una storia che non è relativa alla politica ma alla sua attività professionale. Il ruolo che ricopre – e dal quale è stato sospeso – ne fa però un personaggio pubblico. Qualcuno ha voluto “giocare” sulla vicenda, è noto che il Pd sul fuoco amico è imbattibile. Altri, magari, coroneranno il sogno di “prendersi” la sezione. Esistono, anche lì, delle regole e basta seguirle, democraticamente. Sulla storia penale la responsabilità era e resta personale e Luigi – come tutti quelli dei quali ho trattato in questo spazio – è innocente fino a prova del contrario. Se il Pd si preoccupasse di cominciare a pensare all’alternativa di cui sopra, anziché di “prendere” la sezione, forse le cose comincerebbero a cambiare. Difficile che accada, ne abbiamo avuto conferma negli anni, ma è ora che arrivi almeno una presa di coscienza.

La stessa della quale dovrà farsi carico quella parte di città che rifiuta il “sistema”. Esiste? Continuo a essere ottimista, ma si deve lavorare da subito a farla emergere e appassionare di nuovo al bene comune. A quello di certe consorterie, Anzio ha già ampiamente dato.

Capo d’Anzio, controllori e controllati. E’ peggio di prima/2

Da oggi una quindicina di diportisti che avevano un contratto in essere con la Capo d’Anzio o accettavano l’aumento proposto dalla società per spese condominiali o dovevano trovare una sistemazione diversa. Dubitiamo che qualcuno sia andato lì di peso a togliere gli scafi, ma ormai possiamo aspettarci di tutto.

Direte che la società sta facendo il suo dovere, dove sta il problema? Ipotesi che starebbe in piedi, non c’è dubbio, se non fosse che gli aumenti non trovano giustificazioni diverse da quella di una società che deve fare “cassa” e che non è servito un incontro chiarificatore in Comune tra rappresentante e avvocato della Capo d’Anzio e rappresentanti della controparte.

Andiamo per gradi: a fronte dell’aumento, i diportisti segnalano qualche mese fa che la situazione è tutt’altro che rosea. Si va dai bagni fatiscenti, utilizzati dai frequentatori della spiaggia e inaccessibili ai disabili, fino ai quadri elettrici inadeguati e insufficienti, con i fili che come sappiamo “attraversano” la banchina, sporcizia e dissesto della pavimentazione. Poi c’è il Molo Pamphili destinato a posti auto per diportisti che rende complicato l’accesso e la manovra – mezzi di soccorso compresi – e il divieto di carico e scarico merci. Uno pensa che non vorranno pagare e per questo si lamentano…. No, perché carte alla mano dimostrano che “il costo totale di un ormeggio è ormai divenuto superiore a quello della maggioranza dei Marina italiani”.

Passa un po’ di tempo, si tiene una riunione il 15 febbraio e l’elenco delle richieste dei diportisti del “Molo C” è lungo: verifica della sicurezza degli ormeggi, servizi igienici fatiscenti, assenza di area per scaricare le attrezzature, difficoltà di accesso al molo Pamphili, inadeguata assistenza ai diportisti dopo la dismissione dell'”hangar” che ospitava gli uffici (chiuso dalla Asl, per giunta….) nessun intervento di dragaggio nel canale di accesso e uscita dal porto con i pericoli conseguenti, disparità di trattamento nel tariffario che non prevede tariffe diverse a seconda della metratura, assenza di manutenzione delle strutture di banchina “comprese le prese elettriche che spesso si muovono essendo saltate viti o stop e a volte hanno le connessioni scoperte”, assenza di manutenzione e sicurezza dei pontili in legno, scarsezza di rubinetti e in conclusione “inadeguatezza degli aumenti tariffari disposti dalla società per l’anno 2023, in rapporto ai servizi offerti e alla loro scarsa manutenzione”. La riunione termina con l’amministratrice che dice che verificherà e le richieste dei diportisti.

Arriviamo al 30 marzo e la risposta è disarmante: la darsena “risulta in buono stato manutentivo” e l’aumento è dovuto. Anzi, i contratti vanno sottoscritti entro il 7 aprile. Cosa succederà dopo Pasquetta non lo sappiamo, a questo punto, ma basta fare una passeggiata al porto per vedere condizioni che fra l’altro sono note da anni.

Detto questo, a proposito di controllori e controllati, ci sono questioni legali che richiamano ragioni di opportunità. Sia in questo caso, sia nel processo che vede imputato l’ex amministratore delegato Ernesto Monti e altri consiglieri dell’epoca. Ma alla “Capo d’Anzio” tutto sembra essere concesso.

Capo d’Anzio, controllori e controllati. E’ peggio di prima/1

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Lo diceva chi ne sapeva certamente più di chi scrive. Così a fronte dell’accanimento terapeutico che prima il sindaco e la sua maggioranza, ora la commissione straordinaria, hanno dimostrato e dimostrano per la Capo d’Anzio – con la “regia” del dirigente che copia e incolla le relazioni dell’anno precedente – si scopre che forse siamo messi peggio di prima.

Ma come, direte voi, c’è chi rappresenta lo Stato e non si accorge di quello che gli succede intorno? No, lasciamo ai commissari il beneficio dell’inventario, il fidarsi di chi prova a miracol mostrare ma alla prova dei fatti viene smentito. O, più semplicemente, avendo imparato da chi guidava la città, dice che gli atti sono a posto e va avanti. Però spuntano singolari coincidenze, legate all’ultimo incarico che il Comune – meglio, sempre il dirigente “signorsì” – ha affidato a uno studio legale per il “controllo analogo” della Capo d’Anzio.

Un passo indietro: all’inizio del nuovo anno e con un bando pubblicato in pieno periodo festivo, Cinzia Marzoli viene nominata amministratore unico della società che doveva realizzare il porto ma si limita a gestirlo e ad avere un mare di debiti. Il bando è del 28 dicembre, fino al giorno prima l’amministratrice era nel consiglio d’amministrazione della Aet, la società di Ciampino della quale Anzio detiene l’1% (con debiti annessi) delle quote per il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Succede….

Fino a qualche giorno fa il “controllo analogo”, quello che secondo l’ex sindaco e quanto scrive in ogni dove sempre lo stesso dirigente ha “consentito di riacquisire il pieno controllo sulla società”, era in capo al medesimo “signorsì”. Il quale, prima dell’incarico affidato con la determina 27 del 23 marzo, svolgeva (o doveva svolgere) lo stesso “controllo”. Adesso si è deciso di affidarsi all’esterno, alla modica cifra di 38.000 euro – tanto paghiamo sempre noi – per svolgere una serie di attività e in particolare “l’individuazione di misure operative, a contenuto legale – gestionale, finalizzate a rendere ancor più effettivo il controllo e ad allineare completamente l’assetto societario (governance) alle finalità per la quale la società è stata costituita”. Segno che finora non c’è stato o è stato – come dimostrano i bilanci della Capo d’Anzio – fallimentare.

Ma non è ancora questo il punto, perché basta digitare su google il nome dello studio scelto – Aor, guidato dall’avvocato Angelo Annibali – insieme a quello dell’amministratrice unica, Cinzia Marzoli e si scopre che i due sicuramente hanno avuto già rapporti professionali. Ad esempio nella Flavia Servizi di Ladispoli, quando l’avvocato era presidente dell’Organismo indipendente di valutazione e l’amministratrice Capo d’Anzio componente dell’organismo stesso. I due si sono ritrovati in Aet, l’avvocato consulente per l’attività di assistenza in sede legale e giudiziale, la dottoressa Marzoli nel consiglio d’amministrazione della stessa Aet. Ora, anche questa sarà una coincidenza ma è evidente che siamo in presenza di chi ha avuto l’incarico per il controllo analogo della Capo d’Anzio che conosce bene – ed è stato in rapporti professionali – con il controllato, vale a dire l’amministratore unico. Tutto regolare? Non abbiamo dubbi, fateci dire almeno che appare singolare.

In tutto questo continuiamo a ignorare quale sia il “piano industriale” della Capo d’Anzio, come si pensa di pagare i debiti accumulati, se è vero o meno che si proverà nuovamente a chiedere una fideiussione (e per fare cosa….), se amministratrice e commissari hanno mai fatto un giro in banchina per vedere qual è la situazione. Di questo parleremo, comunque, nella seconda puntata su controllori e controllati in questa saga della Capo d’Anzio, per la quale abbiamo l’impressione che “debba” essere tenuta in piedi. Perché?

ps, lo studio Aor è già stato operativo ad Anzio, quando sempre lo stesso dirigente chiese un parere sull’assegnazione della piscina per la quale i proponenti avevano “dimenticato” di allegare il progetto.

I diritti dei giovani trans, perché sabato saremo in piazza

“Vogliamo vedere i nostri diritti tutelati, quello alla felicità e allo studio. Il diritto di andare a scuola con il nostro nome”. Sid è un ragazzo dell’associazione Gender X che per sabato prossimo, 1 aprile, ha organizzato con l’adesione di altre 39 associazioni e il patrocinio del Comune di Roma la prima manifestazione per i diritti dei giovani trans.

E’ un mondo che ho scoperto direttamente, perché essere genitore significa affrontare tutto e sostenere i figli nei loro percorsi, anche quelli che inizialmente fatichi a capire. Per questo – e non solo – sarò in piazza, anzi saremo insieme agli altri genitori conosciuti in questo viaggio e a quelli che hanno dato vita all’associazione Genderlens che offre il suo sostegno alle famiglie ed effettua formazione per chi ha voglia di comprendere senza giudicare.

Perché pochi capiscono che non è una “moda”, altri ti guardano con compassione, tanti sorridono per circostanza e sotto sotto dicono “meno male che non è toccato a me” immaginando chissà quale “malattia”. La maggior parte semplicemente ignora o sta bene nella sua “normalità”. No, non è una patologia – ormai lo ha riconosciuto anche l’organizzazione mondiale della sanità – è quello che sentono realmente i nostri figli al di là del sesso assegnato alla nascita. Ha ragione Gioele Lavalle, presidente dell’associazione Gender X: “Dobbiamo prenderci cura dei transgender giovani, non abbiamo avuto una generazione prima di noi che lo facesse e per questo dobbiamo impegnarci”. E’ grazie a persone come lui e ai tanti che, negli anni precedenti, sono stati costretti a fuggire o nascondersi prima di potersi affermare nel loro genere che oggi siamo qui a parlarne. Che esistono servizi pubblici di qualità – tra tutti il Saifip presso il San Camillo Forlanini di Roma, eccellenza nazionale – dei quali qualcuno preferisce “dimenticarsi”.

Fu così quando insieme all’Ufficio scolastico regionale si immaginarono delle linee guida per le scuole. Bastò una interrogazione leghista in Regione e una sortita di “Pro Vita” a far bloccare quel progetto che era chiesto dalle scuole stesse. Sì, perché ci sono dirigenti scolastici e corpi docenti che applicano l’autonomia e hanno inserito nei loro regolamenti la “carriera alias” ovvero quel “andare a scuola con il nostro nome” del quale ha parlato Sid presentando la manifestazione. Altri, vetero burocrati o peggio cacasotto, si appellano alla mancanza di linee guida e passano oltre. Ci sono state persino delle diffide alle scuole – sono ormai 200 in Italia – che hanno deciso di applicarla, come fanno ormai numerose università. Diffide prive di fondamento e rispedite al mittente, mentre dagli insegnanti che affrontano ogni giorno il tema della varianza di genere si chiede di avere gli strumenti adeguati.

Solo che basta un comunicato stampa a mettere paura, come fu dal San Camillo e dalla Regione Lazio che negarono di conoscere il Saifip, ignorando (o fingendo di farlo) che i genitori pagano il ticket proprio all’azienda ospedaliera. Peggio, lo pagano anche gli esenti per reddito, come se seguire il percorso di transizione fosse un vezzo e non una necessità frutto di un percorso spesso tortuoso e doloroso. Cose delle quali avremmo voluto parlare con i rappresentanti della Regione all’epoca di Zingaretti presidente, peccato che la commissione sanità non abbia mai trovato il modo di “audire” le associazioni nonostante ripetute richieste. Riproveremo con Rocca, hai visto mai…

Perché ha ragione Cristina Leo, sempre di Gender X: “Di ideologia c’è molto poco, ci sono persone, circa 500.000 in Italia”. Non è questione di destra (che comunque fa la sua parte, non ci si può certo aspettare che “apra” su questi temi anche se Luca Zaia in Veneto lo ha fatto) o sinistra, quindi. Certo la neo segretaria del Pd Schlein che dice di battersi (e lo ha fatto, va ricordato) per il mondo Lgbtqi+ ha “dimenticato” che se un giovane trans volesse iscriversi al suo partito con il nome di adozione questo sarebbe impossibile. Nel link per l’iscrizione va indicato il codice fiscale ed è comprensibile, ma forse uno spazio alla carriera “alias” anche nel partito andrebbe lasciato. Per dare un segno, anche piccolo, di interesse reale e non di semplici proclami.

Ecco, saremo in piazza per tante cose l’1 aprile, ma anzitutto per parlare di diritti civili che spesso, in questo strano Paese, si fa fatica a conquistare e che purtroppo non sono acquisiti per sempre. Anzi. Fortuna che come ha ricordato Leila dell’associazione Libellula: “Questa è una comunità segnata dal dolore ma con grande resilienza e che ha saputo fare del dolore un’opportunità”. E fortuna che ci sono iniziative come quelle del TDoV che la sera prima – il 31 marzo – all’Esc Atelier di San Lorenzo terrà il “Festival della visibilità transgender” per parlare, come ha ricordato Asia Cione, di “sex workers, diritto al lavoro, fluidità di genere”. Per i diritti di tutti, l’1 aprile, ci saremo.

Capo d’Anzio, accanimento terapeutico. Rispunta (copiata) la fideiussione

Nel comunicare l’approvazione del bilancio di previsione del Comune, la commissione straordinaria che guida la città cita – fra l’altro – “la riorganizzazione della società Capo d’Anzio Spa”. Quale sia questa riorganizzazione lo ignoriamo, però andando a leggere qualche atto pubblicato sull’albo pretorio relativo proprio al bilancio, scopriamo che per la società è previsto una sorta di accanimento terapeutico.

I commissari, forse, ignorano che la fideiussione che viene riproposta, immaginiamo dal dirigente dell’area finanziaria – misteriosamente ancora al suo posto nonostante compaia nelle relazioni delle commissioni di accesso di Anzio e Nettuno, con pesanti responsabilità – è stata già “bocciata” da diversi istituti di credito. La dottoressa Scolamiero, il dottore Tarricone e il dottore Anatriello non si saranno accorti che il punto 6 della “nota integrativa” è copiato e incollato – pari pari, per 31 righe – dallo stesso documento del 2022. Pensate, c’è scritto persino che “l’attuale Consiglio di Amministrazione ha invocato l’intervento del socio pubblico, presentando un piano aziendale di investimento (allegato alla presente deliberazione)“. Peccato non esista più un consiglio di amministrazione e che, allegato alla delibera di bilancio, non troviamo il piano di investimento. Comunque già nel 2022 si parlava della fideiussione. Sì, quella che l’allora presidente della società, Ernesto Monti insieme all’allora amministratore delegato, Gianluca Ievolella, ritenevano indispensabile per “rilanciare” il porto. Peccato che la Capo d’Anzio non sia “bancabile”. Se ne sarà accorta anche l’attuale amministratrice unica, dimessasi il giorno prima del bando di Anzio dalla Aet (a proposito, chiude il bilancio 2021 in negativo e il Comune pagherà in quota parte circa 6000 euro) e nominata qualche giorno dopo nel nuovo ruolo. Ah, nel frattempo l’ex presidente è a giudizio per falso in bilancio, a giugno ci sarà l’udienza con rito abbreviato, ma la Commissione non ha avvertito il bisogno di costituirsi parte civile nonostante secondo la Procura il Comune ovvero i cittadini risultino danneggiati dai bilanci presunti taroccati.

L’unico passaggio non copiato è questo: “(…) nonostante la Capo D’Anzio non abbia ancora contratto alcun finanziamento con istituti di credito, si è deciso di mantenere nella programmazione finanziaria la garanzia concessa in attesa di valutare la continuità o meno dell’attività aziendale della società“. Non lo ha contratto semplicemente perché nessuno glielo ha dato. Non sarà sfuggito alla Commissione, invece, che la Capo d’Anzio deve ancora restituire al Comune i 517.000 euro di una precedente fideiussione, escussa dall’allora Banca Popolare del Lazio, pagata dal Comune stesso e mai riavuta indietro. Vicenda che è anche all’attenzione della Corte dei Conti. Nel frattempo basta affacciarsi al porto per notare la desolazione e l’assenza di scafi, come sarà “rilanciata” la Capo d’Anzio resta un mistero.

Ora, comprendiamo tutte le migliori intenzioni, ma qui siamo al paradosso di arrampicarsi sugli specchi per una società che il porto doveva realizzarlo e si limita a gestirlo, anche male. Vero che la Capo d’Anzio ha come unico bene la concessione demaniale, ma ci vuole tanto a dire “abbiamo fallito, non siamo in grado” e dato che il Demanio è ormai competenza dei Comuni a trovare un’alternativa? Già, il Demanio, altra “perla” del dirigente signorsì ampiamente citata nella relazione sullo scioglimento dell’ente per condizionamento della criminalità organizzata.

Anche per questo, giova ricordare che le vicende della Capo d’Anzio e la “confusione” – usiamo un eufemismo – sulla gestione delle società partecipate, sono un ampio capitolo del decreto che ha portato allo scioglimento del Comune. Cos’altro dobbiamo sopportare?