Beffa ai danneggiati da sangue, soldi tolti per un acceleratore

L’acceleratore lineare è uno strumento fondamentale per la cura dei pazienti oncologici. Su questo, non ci sono dubbi. Ha un costo elevato per le aziende ospedaliere o sanitarie, ma si tratta di un investimento importante perché il macchinario è in grado di raggiungere e distruggere le cellule tumorali, garantendo attraverso la radioterapia risultati spesso soddisfacenti. È una premessa doverosa per introdurre quanto accaduto con il decreto legge 29 ottobre 2025, numero 156 “Misure urgenti in materia economica”. L’atto,  pubblicato sulla gazzetta ufficiale 252 del 29 ottobre, destina all’Azienda sanitaria provinciale di Agrigento  4 milioni di euro per il 2026 e voi direte: qual è il problema? È una cosa buona. Certamente, se non fosse che per far fronte a quella somma “si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 2, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, numero 244”. Testualmente: “4-quinquies. ((Ai fini dell’acquisto di un acceleratore lineare e del relativo bunker finalizzato alla sua installazione, sono destinati, per l’anno 2026, 4 milioni di euro all’Azienda sanitaria provinciale di Agrigento per l’ospedale “San Giovanni di Dio”. Agli oneri di cui al presente comma, pari a 4 milioni di euro per l’anno 2026, si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 2, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, n. 244)”.

Vale a dire che saranno tolti 4 milioni di euro dalle somme destinate a risarcire soggetti emofilici infettati da farmaci emoderivati, in particolare il comma citato parla delle transazioni che ancora oggi sono il modo di chiudere in maniera tombale una vicenda scandalosa che ha riguardato le infezioni dovute al sangue nel nostro Paese tra gli anni ’70 e ’90. Immancabile il richiamo a un ulteriore decreto riferito sempre ai soggetti “danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a  causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di emoderivati

Risultato? La coperta è corta e per comprare l’acceleratore si toglie ai danneggiati dal sangue. L’ennesima beffa.

Ciao Alessandro, so che ci ritroveremo su un diamante

Alessandro Tiberti (foto davidecamera.com)

Nel mondo del baseball si dice che “c’è sempre un diamante sul quale ci rincontreremo” e oggi che Alessandro Tiberti ci ha lasciato sono certo che andrà così. Su un campo – quello di Nettuno – ci eravamo conosciuti, era l’inizio degli anni ’90, sullo stesso campo ci siamo salutati l’ultima volta. Era il 12 agosto, al “Borghese” c’erano i play off tra Nettuno 1945 e Macerata.

“Ma ci sei?” – mi avevi chiesto al telefono. E io “Certo, ci vediamo stasera”. Ironia della sorte, al parcheggio di fronte allo stadio arrivammo nello stesso momento.

Un abbraccio, poi la domanda sulle condizioni di salute che sapevo non essere delle migliori, anzi. “Me la cavo dai, ormai sono anni che ci convivo”. E quel sorriso, il suo, quello di sempre. Come di tanti anni prima, lui all’agenzia Area io a Latina Oggi, lui a Rds e io a seguire le partite per Radio Omega Sound e il Granchio. Lo volemmo al nostro fianco per i 15 anni della testata, eravamo di fatto partiti insieme e a quella realtà era rimasto legato.

Tra le esperienze avventuroso e indimenticabile il viaggio che facemmo fino a Parma per le finali del ’96, con il Nettuno avanti 3-0 nella serie. “Evitiamo l’autostrada, facciamo da Orte a Cesena e poi la via Emilia”. Un po’ come dire che per andare da Roma a Napoli passi prima per Viterbo. Ma le finanze erano quelle che erano e l’autostrada una spesa di troppo, solo che partiti con largo anticipo e fermatici vicino casa sua, il viaggio durò un’eternità sulla E45 e decidemmo – in extremis – di prendere l’autostrada. Risultato? Allo stadio “Europeo” arrivammo in contemporanea con il pullman dei tifosi del Nettuno, partito praticamente tre ore dopo di noi. “Sete magnato?” ci chiese la mamma di Mauro Cugola, ovviamente la risposta era negativa, ma ci salvarono le banane della signora. Nettuno perse il quarto e il quinto incontro, al sesto arrivò la vittoria e per fare quelli “fighi” io facevo l’esperto in un suo collegamento e Alessandro in un mio. Poi altre finali, come quella in cui mi disse “non posso venire, sto in studio, ti colleghi te?”. Cosa che feci, raccontando in diretta che lo scudetto andava al Parma, perché gli arbitri dopo una dura contestazione avevano lasciato il campo. E poi, ancora, la sera che dovevamo andare in diretta ma Giuliano Salvatori – al secolo Bughele – accese il suo trattorino. Alessandro, con l’educazione che gli era proverbiale, disse “scusi, dobbiamo lavorare” e lui “tengo da lavora’ pure io”. Finì con una risata e comunque in diretta ci andammo. Nel frattempo, dopo anni di precariato, era arrivato a Rai Sport e io al Messaggero, ci eravamo incontrati in qualche occasione per le elezioni dell’Ordine (“ti candidi e non mi hai chiesto il voto, ma tanto te lo do lo stesso”), sentiti più di rado, fino all’estate scorsa. “Sai, quest’anno rimandiamo le finali in diretta e voglio riprendere un po’ di contatto con l’ambiente”. Perché i giornalisti, quelli veri, e Alessandro lo è stato, fanno così: vanno, vedono e raccontano.

Lui avrebbe dovuto seguire la finale e così era venuto a vedere dal vivo. “Ma riesci a venire? Tanto è Parma e San Marino, mi sembrano le meglio attrezzate. Certo Bologna, una delusione, mentre Grosseto se facesse una sola squadra magari tornerebbe a vincere…” Non solo era venuto a vedere, si era preparato. Come fanno i giornalisti, ripeto quelli veri. Inevitabile parlare del Nettuno, di quello grande che avevamo conosciuto e vissuto insieme, di Marco Ubani andato via troppo presto, dei nostri aneddoti, del fatto che il baseball in Italia avesse perso da tempo quel poco appeal che aveva. “Guarda – gli dissi – che se promuovono bene il baseball5 forse qualcosa si recupera”. “Ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai seguito, magari dopo la finale chissà. Ma riesci a venire?”

Gli risposi che ce l’avrei messa tutta, invece non ce l’ho fatta e nemmeno l’ho più sentito da quella sera. Porto con me l’ultima chiacchierata, tanti bei ricordi e l’assoluta certezza che sì, c’è un diamante sul quale ci ritroveremo. Ciao Alessandro!

La signora con il tumore, costretta a pagarsi la colonscopia

Non entravo all’ospedale “Santa Maria Goretti” di Latina da tempo, ieri ci sono andato da paziente, per una visita programmata . Nei poliambulatori al di sotto di malattie infettive eravamo io e una signora: minuta, occhi chiari, tanta voglia di raccontare di sé, dei suoi malanni e dei disagi che affronta. La chiamerò Cristina e nei giorni delle polemiche sulle liste d’attesa o della prosopopea sugli “Stati generali della salute” mi va di raccontare la sua storia.

Perché è una di quelle – tante, tantissime – che i giornali hanno “dimenticato” di seguire, presi come sono dai diktat di chi comanda che preferisce le veline alla vita reale. Non mi stupisce, è un mondo nel quale ho vissuto a lungo e so come funzionano certe cose. Però le storie come quella di Cristina “fanno” ancora notizia e qualcuno dovrebbe continuare a preoccuparsene, per rispetto della professione che facciamo.

Ci provo io, sommessamente. La signora in questione grazie alle prevenzione ha scoperto anni fa un tumore al seno, è stata operata e segue regolarmente lo screening. Nel frattempo un altro tumore è comparso, stavolta al colon, quasi per caso come mi ha raccontato lei, facendo accertamenti per un’altra patologia (“non mi faccio mancare niente”). Anche in questo caso, è stata operata e le sono stati prescritti esami diagnostici di controllo. Nello specifico la colonscopia che deve eseguire con calma, entro un anno. “Però non c’è posto, non me la prenotano, così sono costretta a pagarla”. Sì, avete capito bene. Una donna operata di tumore, con il famigerato codice 048, costretta a pagare la colonscopia di controllo.

Mentre i direttori generali e sanitari delle Asl ripetono come un mantra che è necessaria la “presa in carico” dei pazienti, quelli fragili in particolare o con comorbidità, Cristina deve trovare per conto proprio un centro dove fare la colonscopia e pagarsela. Non è questione di Rocca o di Zingaretti che l’ha preceduto, attenzione, ma di civiltà. Quella che la politica e i supermanager che nomina, hanno dimenticato. Una normale “presa in carico” dovrebbe prevedere che la struttura alla quale la donna è affidata, le programmi e prenoti direttamente l’esame. Invece no, una cittadina malata di tumore deve fare il giro delle sette chiese e pagarsi pure la prestazione.

Direte “ma credi a quello che ti ha raccontato”? Sì, ma ho pure verificato ed è la stessa regione nel suo “Monitoraggio sui tempi di attesa” (aggiornato al 27 agosto, mentre scrivo è il 19 novembre 2025) a riconoscere che l’indice per la colonscopia è pari a 55. Il che significa che la prima prestazione utile entro l’anno, Cristina la può anche ottenere ma non a Latina (indice 49,7, quindi attesa ancora più lunga rispetto alla Regione).

E se è una donna sola che non guida più come un tempo? Cerca una soluzione vicino casa e paga. Per dovere di cronaca è giusto dire che la stessa prestazione, tenendo conto dell’offerta in tutto il Lazio ha un indice di 80 se urgente (sono quelle che possono prenotare direttamente i medici e vanno eseguite nell’arco di 72 ore), scende a 55,4 se breve (da fare entro 10 giorni), a 52,4 se differibile (entro 60 giorni) e risale a 59,3 se programmata ovvero da eseguire entro 120 giorni.

E questa storia della colonscopia apre un’altra pagina. La collega Linda Di Benedetto ha scritto sul Fatto Quotidiano che la Regione Lazio fornirebbe dati alterati rispetto alle liste d’attesa. Il presidente Rocca si è difeso, sostenendo di essere nel giusto.

In realtà basta recarsi a uno sportello Cup o telefonare al Centro unico di prenotazione per scoprire che le cose stanno in questo modo innegabile e beffardo: il paziente di Anzio ha una prescrizione con priorità B. Chiama e in un ambulatorio vicino casa non c’è posto, può spostarsi e chiede per altri centri nel raggio di una trentina di chilometri (Aprilia, Latina) o magari Roma dove può andare in treno ma entro 10 giorni non c’è posto. Anzi sì, a Cassino o Viterbo. Risultato? Il paziente dice “no grazie”, il sistema regionale di prenotazioni dice “ok, ma io entro 10 giorni te l’avevo garantita e sei tu che hai rifiutato”. Con la conseguenza che il paziente si rivolge al privato e la Regione dice di rispettare i tempi.

Qualcuno lo spieghi a Cristina e a quanti, come lei, si sentono presi in giro quando gli si racconta che sulle liste d’attesa è tutto a posto. Ripeto, non ne faccio e non ne ho mai fatto una questione di chi guida la Regione ma di onestà intellettuale.

Infine, per la medesima onestà, è giusto dire che le liste sono solo uno dei problemi e che se domani mattina apriamo un servizio, tra una settimana le attese si creano. Questo non vale, però, per le situazioni come quella di Cristina e di tanti altri. Non può e non deve valere.

La bomba a Ranucci, la finta solidarietà e il bavaglio quotidiano

L’unanime condanna per l’attentato a Sigfrido Ranucci era scontata. La solidarietà che arriva da chi quotidianamente compie, in Parlamento e fuori, atti per limitare la libertà di stampa (dalla norma Cartabia al divieto di pubblicare alcuni documenti) è nella stragrande maggioranza dei casi, finta. È un’occasione, però, per riflettere su quanto accaduto e sul bavaglio quotidiano a chi è rimasto a fare questo mestiere. Bavaglio che arriva da fuori, ma spesso trova spazio anche dentro le redazioni. Andiamo con ordine, però.

La bomba fatta esplodere l’altra notte è un atto di gravità inaudita. L’ultimo attentato del genere fu contro Maurizio Costanzo nel 1993, in via Fauro a Roma, nei pressi del teatro “Parioli”. La matrice di quella bomba era mafiosa, quella che riguarda Ranucci viene ricondotta ad ambienti ultras che in molti casi non si discostano da quelli della criminalità organizzata. Spesso con il beneplacito di certa politica, la stessa che oggi esprime solidarietà pelose. Non c’è da andare molto lontano, a Latina il legame con i clan nomadi negli anni della serie B e della mancata promozione in A è stato accertato nelle aule di giustizia.

Il punto non è questo, attenzione, bensì sottolineare come la bomba al conduttore di Report sia solo la punta – pericolosissima, certo  – dell’iceberg. Perché in Italia ci sono colleghi sotto scorta – da Federica Angeli a Lirio Abbate fino ad altri meno noti – e giornalisti quotidianamente minacciati, sbeffeggiati, insultati. Il rapporto di Ossigeno per l’informazione parla di 7.555 casi dal 2006 a oggi, per l’indice internazionale di Reporter senza frontiere l’Italia è al 49° posto su 112 Paesi, scende di tre posizioni, è dietro a nazioni come Suriname o Tonga e ottiene la performance peggiore  dell’Europa occidentale.

Ci sono stati, negli anni, 30 morti ammazzati, quelli che sempre Ossigeno ci ricorda “cercavano la verità” poi gli attentati, le intimidazioni, tutto ciò che si “vede”, mentre ogni giorno un collega riceve una querela che nella quasi totalità dei casi sarà archiviata. Peggio, riceve una richiesta di risarcimento del danno che gli fa dire “meglio lasciar perdere”. Perché certi provvedimenti arrivano a chi prova ancora, tra mille difficoltà, a fare questo mestiere. Soprattutto in realtà locali, dove non ci sono alle spalle gli studi legali messi a disposizione dagli editori, né hai l’attenzione che può avere Report. Quando a Stampa Romana mi occupavo di libertà di informare abbiamo messo a disposizione un piccolo strumento, un decalogo per difendersi da queste azioni, una piccola goccia nel mare.

Nelle ore successive all’attentato c’è una voce che sento di condividere. Quella di Francesco Storace. Le nostre idee politiche sono diverse, ma già quando da cronista lo seguivo perché era presidente della Regione, mi era simpatico. Ha detto la cosa più giusta: solidarietà a Ranucci? Cominciate a ritirare le querele contro di lui.

 Fatelo, aggiungo io, nei confronti di tutti quelli che hanno avuto solo il “torto” di raccontare cose che non siamo più abituati a leggere e diventano “scomode”. Coloro che cercano, semplicemente, di raccontare “la verità sostanziale dei fatti” secondo la legge che istituisce l’Ordine dei giornalisti. Quelli che cercano carte, verificano e poi pubblicano. Tutto questo mentre in Europa si parla di “Slapp” (azioni legali temerarie) e l’Italia resta in finestra.  

E qui veniamo all’ultimo punto, al bavaglio che nelle redazioni arriva dai vertici ovvero dagli editori  (ma è noto che in Italia hanno tutti ben altri interessi, per i quali quando serve usano i loro giornali), da qualche “capo bastone” più realista del re, da noi stessi che come dice proprio il rapporto di Reporter senza frontiere, ci autocensuriamo.

Nelle ore successive all’attentato a Ranucci “Il Sole 24 ore” è uscito in edicola nonostante lo sciopero proclamato dai redattori all’unanimità. Che ci sia un’intervista, fatta da una collaboratrice esterna, alla presidente del consiglio Giorgia Meloni, è un dettaglio. Ai tempi in cui lavoravo a Latina Oggi, Peppino Ciarrapico, da “padrone” qual era, degli scioperi se ne fregava e mandava il giornale in edicola lo stesso. Sono passati oltre 25 anni, è stato un precursore evidentemente. Vogliamo parlare dei collaboratori offesi con articoli pagati da fame? Sull’equo compenso, gli editori scappano. Anche offrire 5 euro a pezzo favorisce il bavaglio, capite da soli il perché.

A questo si aggiunge lo svilimento della professione che per inseguire le “parole di tendenza” o la “storia” ad ogni costo (trovare chi dica, ad esempio, che Tizio indossava un gilet giallo quando è evidente che il suo era rosso), perde di vista la notizia e manda a quel paese quel che resta della credibilità della professione.  Con la conseguenza che si perde di vista il lettore. Quello che Indro Montanelli ricordava essere “il padrone” e che Joseph Pulitzer, 75 anni prima,  indicava come “il committente”. È una deriva che va avanti da tempo, purtroppo, peggiorata dall’avvento dei social ai quali molti che non aprivano un quotidiano prima, si affidano come avessero la verità assoluta e poi emettono “sentenze”. Su questo Umberto Eco ha descritto perfettamente il fenomeno

È proprio per tale motivo che le inchieste di Report, ma anche quelle di Piazza Pulita, ciò che ci raccontano tanti colleghi dalla “prima linea” di redazioni (spesso locali, piccoli siti di provincia) che con coraggio e carte alla mano non si tirano indietro, deve essere preservato. Altrimenti la sacrosanta solidarietà a Sigfrido Ranucci (e ai colleghi della sua redazione) resta un mero esercizio retorico.

Addio a Emmanuel Miraglia, un “faro” nella sanità e quell’abbraccio paterno…

Ho fatto come lui, ho preferito aspettare. Lo chiamavi per sapere dell’accordo con Regione, Università e Asl finalmente raggiunto ma rispondeva “non è il momento”. Sul “taglio” potenziale di alcuni posti letto… “meglio aspettare” e via di questo passo. Lo faceva ogni volta, non prima di essersi complimentato perché avevo saputo e avevo tutti gli elementi a disposizione.

Avrei potuto scrivere, ma senza la posizione di Emmanuel Miraglia – presidente del Gruppo Giomi scomparso una settimana fa – non sarebbe stata la stessa cosa. Perché averla, una sua dichiarazione, era un valore aggiunto. Alcune cose uscivano lo stesso, “off record” come diciamo nel nostro mondo, ti dava conferme o indicazioni importanti. Avere la sua fiducia, per chi fa la nostra professione, non era semplice. Anzi.

La sua scomparsa mi ha profondamente addolorato, perché come in molti casi della vita da uno scontro nasce poi un rapporto sincero e leale. Con lui, posso dirlo, un’amicizia. Molti hanno ricordato l’imprenditore illuminato ed Emmanuel era certamente un “faro” nel mondo della sanità (“basta con questa storia dei privati, diamo un servizio pubblico fondamentale”), hanno sottolineato i suoi successi, ricordato che chiedeva amore e passione in tutto ciò che si faceva. A me piace sottolineare degli episodi, l’ultimo qualche settimana fa…. “Bravo, non mi hai invitato alla cerimonia delle borse di studio….” e lui “ma sei un uomo ormai troppo impegnato per queste cose…”.

Era iniziata male, tanti anni fa, lavoravo a Latina Oggi e un’indagine della Finanza riguardava l’Icot. Ne scrissi, se la prese, andai in istituto e trovai il “gotha” ad attendermi. Io, giovane cronista, e lui che incuteva un certo timore, il professor Pasquali Lasagni, altri dirigenti. Non alzò la voce (e non glie l’ho mai sentita alzare) ma spiegò con fermezza le sue ragioni, poi “però la prossima volta chiama prima…” Quell’inchiesta finì in una bolla di sapone, ma da quel giorno ci sentivamo ogni volta che si ponesse un problema relativo all’istituto o al gruppo o quando avevo da chiedere consiglio su alcune vicende sanitarie singolari. Quando chiamava, invece, la notizia era assicurata. Come l’unica volta che lo vidi in una certa difficoltà, lui sempre tutto di un pezzo e apparentemente algido: “Giovanni, quest’anno per la prima volta non faremo assunzioni stagionali durante le ferie, non ne abbiamo la possibilità”. Non ricordo quanti anni sono passati, ma era un momento di crisi, dovuto al fatto che la Regione non erogava i fondi e l’azienda, la “sua” creatura, viveva un momento difficile “Però, ricorda, noi non abbiamo mai cacciato nessuno”. Ed era vero, verissimo. Così come la sua lungimiranza ha portato all’intesa con La Sapienza, alla realizzazione di uno dei primi “hospice” a Latina, alla Rsa. Perché puoi nascere come istituto ortopedico, ma l’evoluzione delle tecniche riduce i tempi di intervento e quelli di degenza, così devi necessariamente riconvertire. Nel periodo Covid le sale operatorie dell’Icot sono state a disposizione del “Goretti” da un giorno all’altro e pazienza se sui conti, forse ancora oggi, non si trova la “quadra”. Da Latina al resto del gruppo, invece, i rapporti con la Cina, quelli con la Germania, le Rsa che diventano anche luogo di vacanza, gli istituti d’eccellenza anche a Cortina e Firenze, la nutraceutica e chi più ne ha, ne metta.

Dicevo del nostro rapporto, però, ad esempio di quando gli dissi che mi sarei candidato sindaco ad Anzio e rispose “sei matto, però chi ci mette la faccia in una situazione difficile ha tutta la mia stima”, poi ridendo “ah ma quella per te ce l’avevo già prima”. I complimenti per la seconda laurea, in comunicazione scientifica e biomedica? “Ora sì che sei proprio sua sanità”, quindi l’abbraccio quando da Latina andai a Frosinone per il Messaggero (“ma continua a seguirci”), la recente scelta di lasciare il giornale, i libri sul sangue e le aggressioni ai medici, le chiacchierate su un mondo dell’informazione radicalmente cambiato, i consigli di fronte ad alcune vicende con la Regione. Emmanuel è stato un “faro” nel mondo della sanità, certamente, ma per chi lo immaginava distaccato, freddo, calcolatore, c’è un episodio su tutti che mi piace citare: Expo di Milano 2015, giornalisti invitati per l’incontro sul distretto sanitario del basso Lazio che Unindustria presentava proprio lì. A farlo era Fabio, uno dei figli, allora presidente dell’associazione degli industriali a Latina, il quale evidentemente “sentiva” quel momento. Emmanuel aveva capito, così fece gli ultimi passi verso la sala della presentazione prendendolo sottobraccio, con affetto, paternamente. Ecco, a me piace ricordare quel gesto per riassumere chi fosse, con il cruccio – adesso – di non poter fare quell’incontro che ci eravamo promessi ad Anzio.

Abbraccio ancora forte Fabio e Massimo, i figli con i quali ho più avuto a che fare per ragioni di lavoro, tutti gli altri familiari e idealmente l’intera famiglia del gruppo Giomi che ha perduto – come il resto del mondo della sanità – una persona illuminata. Io, un amico sincero.

Io, Petrocchi e la battuta: “Ricordati di me quando sarai Papa “

Il cardinale Petrocchi (foto vatican.va)

Tra i cardinali che eleggeranno il nuovo Papa, dopo la morte dell’amato Francesco c’è anche Giuseppe Petrocchi. Come accade nelle migliori occasioni, per conoscersi e apprezzarsi occorre prima fare una discussione. Con lui, vescovo di Latina dal ’98 al 2013, andò proprio così.

C’era la Goodyear che chiudeva, la Cirio che se ne andava, il vescovo venuto da Ascoli Piceno – e al quale rubarono la bicicletta mentre era in Curia per la nomina che l’avrebbe portato in terra pontina – aveva preso una posizione netta.

Non solo era andato a celebrare messa tra gli operai – scena magistralmente ripresa nel film “Il posto dell’anima” – ma messo nero su bianco parole pesanti sugli industriali che dopo aver preso a mani basse dai territori, decidevano di andarsene senza preoccupazioni. O che mentre investivano su squadre di calcio, lasciavano gli operai a casa.

Lavoravo a “Latina Oggi” e come titolo di apertura scegliemmo “Vescovo contro gli industriali”. Non ricordo quanto durò la sua chiamata, so che a lungo cercò di spiegarmi – con il suo inconfondibile accento – che “un vescovo non può essere contro, può essere per” e io che ribattevo che mai, prima di allora, eravamo abituati a un pastore che dicesse le cose come stavano. Continuava a darmi del tu e io del lei, alla fine presi la palla al balzo e dissi “facciamo così, ci diamo del tu e ci mandiamo anche a quel paese, ma ora spero ci siamo chiariti”. Se ne uscì con una risata e da allora il nostro rapporto è stato sempre molto franco. Cercò di spiegarmi che la “chiesa più una” era la strada da seguire per la diocesi di Latina, Sezze, Priverno e Terracina ma francamente non mi applicai molto.

Ci siamo salutati quando andò via, destinato a L’Aquila, poi al suo ritorno per l’ordinazione episcopale di don Felice Accrocca, quindi per un convegno quando era già cardinale e lo accolsi dicendo “ricordati di me quando sarai Papa“. Rispose “Sei sempre il solito“. Pare abbia poche possibilità nel conclave, ma hai visto mai?

ps, a proposito di Papa Francesco, resta l’unico finora in grado di farmi tacere. Durante la sua visita al Messaggero l’8 dicembre 2018 stringendogli la mano non sono riuscito a dire una parola. Avrebbe meritato un “Sei grande”, ma penso sapesse già di esserlo e non ci volevo certo io…

“Prendersi cura”, lo straordinario esempio di Gianna

C’è un concetto che in sanità ormai è di uso comune, quello del “prendersi cura”. Se vogliamo “farsi carico”, più ancora essere empatici. Sono tutte caratteristiche che Gianna Sangiorgi aveva e che nella sua vita ha messo a servizio degli altri. A partire dai più deboli.

Lo ha fatto quando certi termini erano ben lontani dall’uso comune tra chi si occupa di salute. Lo ha fatto mettendosi a disposizione, dalla “prima linea” del Tribunale per i diritti del malato. Lo aveva aperto e ne è stata l’anima fino all’ultimo, con una capacità di comprendere le ragioni di chi denunciava e di andare a sollecitare delle soluzioni che sembrava innata.

Difficilmente la sentivi parlare di “malasanità”, ma guai a non dar retta alle sue segnalazioni. Ne sanno qualcosa al vertice del “Goretti” e a quello della Asl di Latina. Ne so qualcosa io, se tardavo a scrivere una sua segnalazione. Non mollava, fino a quando arrivava una risposta. Fino a quando non le spiegavano, ad esempio, il motivo perché la Tac andava in pronto soccorso anziché in radiologia o la nuova risonanza era diversa da quella che si attendeva. Finché non pubblicavo ciò che mi aveva raccontato, del quale potevo fidarmi ciecamente.

“Ah, oggi passi perché non hai trovato niente…” diceva con un sorriso se mi affacciavo nel suo ufficio (che fatica per ottenerlo) al piano terra dell’ospedale. E lì mi raccontava a cosa stava lavorando, al rapporto in preparazione di Cittadinanzattiva, ai primi dati che emergevano sapendo che poteva fidarsi anche lei, non li avrei “bruciati”. Aveva portato il suo metodo e la sua testardaggine anche nell’esperienza di Latina bene comune.

Aveva in qualche modo collaborato con i miei libri, fornendo spunti interessanti (grazie ancora, davvero), non era potuta venire alla presentazione dell’ultimo sulle aggressioni ai medici ed eravamo rimasti per un’altra occasione. Quando l’1 febbraio le avevo fatto gli auguri per i suoi 75 anni mi aveva “cazziato” perché andando via da Frosinone non le avevo ancora dato il contatto che le serviva per un altro dei suoi dossier sugli ospedali.

Lo avevo fatto, scusandomi, e ci eravamo fatti ancora una risata. “Aho – mi aveva detto – ora vai a riposarti al Comune” e io avevo risposto: “Basta che non trovo chi è capace a fare contestazioni come te”. Purtroppo è stata l’ultima tra di noi ed è un gran peccato.

La sanità pontina (e non solo) perde una colonna portante, i malati e i loro familiari ancora di più. Perde Gianna, un esempio straordinario di sapersi “prendere cura”.

Ciao Rosanna e scusa se quella sera non mi sono alzato in piedi

Ora sto bene”. Me lo avevi detto l’ultima volta che ci eravamo visti a Nettuno, estate 2023 credo, con un sorriso rassicurante. Il tuo, cara Rosanna, quello inconfondibile e che ti accompagnava da sempre. Mi ero alzato dal tavolo, quella sera, solo dopo aver visto tua madre, dietro di te. Mi avevi redarguito “ah, per lei sì e per me no…”. L’avevo buttata in “caciara”, come avviene quando capisco di aver commesso un errore. Sì, Rosanna, avevo sbagliato e in questo triste giorno lo riconosco ancora di più. Abbraccio forte mamma, tua sorella Giovanna, Roberto, i tuoi adorati nipoti e sono – mi viene da dire siamo, tutti quelli che ti hanno conosciuto – profondamente addolorato.

C’eri, agli albori del Granchio, quando con Giovanna, insieme ad Elvira, Ivo, Claudio e Nino ci imbarcammo in quell’avventura. Era la fine del 1991. Ti avevo già vista girare – ma posso sbagliare – per la redazione con annessa tipografia di “Prima Pagina”, dove un po’ tutti siamo passati. Volevi collaborare con quel settimanale in uscita e posso dire senza tema di smentita che lo hai fatto magistralmente, senza mai risparmiarti. Che “sudata” alla prova simulata dell’esame al Centro servizi, una domenica mattina. C’erano ancora le macchine da scrivere. E quante “chiusure”, pezzi che “ecco sta arrivando“, titoli, foto da trovare, storie…

Il mondo della comunicazione è stato il tuo, sei andata a “prendertelo” quando nacque la facoltà dove sei stata ricercatrice e dove scoprii – con gioia – che avevi anche un ruolo di rappresentanza. Mi aiutasti nel cercare di prendere la seconda laurea che rimandai (ho da qualche parte una cartella con scritto di tuo pugno “il sogno”) e mi facesti i complimenti quando la presi, cambiando leggermente registro rispetto all’idea iniziale.

Al decennale del Granchio facesti intervenire una docente di Scienze della comunicazione che venne a parlarci dell’importanza dei media locali, introducendo il concetto di “glocal”. Quando, invece, il progetto che presentasti con altri per i 20 anni del nostro giornale non venne scelto, fosti la prima a complimentarti con chi aveva vinto. E a metterti a disposizione con l’idea legata alla memoria del territorio. Perché la stampa locale raccoglie storie di vita senza eguali e lo sapevi bene. Ma oltre il giornalismo, che ti ha visto protagonista al Granchio e all’ufficio stampa del Comune di Nettuno (“sei il primo al quale telefono, dammi qualche consiglio”) sei stata importante nel volontariato e nel mondo cattolico. È vero, ad Assisi ho sempre detto che una volta sarei venuto, ora mi impegno ad andarci con il tuo ricordo.

E scusa se non l’ho fatto quella sera a Nettuno, però mi alzo in piedi adesso: davanti alla tua forza d’animo nell’affrontare la malattia, alla tua dignità, alla gratuità verso il prossimo, all’impegno civile, alla voglia di far conoscere mondi che sembravano distanti da noi, al modo di affrontare ogni avversità. Davanti al tuo indimenticabile sorriso. Ciao Rosanna!

“Ma solo”, ci rivediamo in Ciociaria

Quattro anni di Sardegna vuol dire, se uno ci vive dentro, insieme, almeno imparare il dialetto…” Fabrizio De Andrè perdonerà se uso questa sua frase che introduceva il brano “Zirichiltagghia” per dire che 3 anni di Ciociaria, standoci dentro, ti consentono di imparare qualcosa anche del dialetto.

Tre anni che hanno permesso, soprattutto, di apprezzare una terra meravigliosa. Ho salutato i collaboratori della redazione del Messaggero (è la foto sopra), i colleghi con i quali ho condiviso questo periodo nella prima linea straordinaria rappresentata dal giornalismo “di prossimità“. Il più affascinante e difficile, perché devi stare molto più attento di quelli che l’indimenticato Gigi Cardarelli chiamava “inviati di un giorno“. Quelli che arrivano, scrivono, se ne vanno e non li vedi più.

No, in provincia le persone delle quali scrivi le incontri quotidianamente e quando accade qualcosa – nel rispetto dei ruoli – devi sempre fare il tuo mestiere, ma proprio per questo hai il dovere di farlo meglio possibile. Cercando sempre di verificare tutto e bene, di avere le fonti giuste, il modo migliore per dire che i giornalisti – se fanno questo – servono ancora al tempo della “disintermediazione”. Spero di averlo fatto in questo triennio, così come in passato.

Fare il capo di una redazione è un impegno importante, soprattutto in un territorio vasto come quello della provincia di Frosinone che conta 91 comuni e che ho avuto la fortuna di girare in lungo e largo. Se non sono stato a Terelle mi perdoneranno, se mi è mancata Vallecorsa o Strangolagalli, so con chi prendermela (!). Ho scoperto comunque un territorio affascinante, ricco di storia, di tradizioni, capace di andare oltre i campanili quando c’è da decidere qualcosa per il territorio. Uno spirito di appartenenza che non ho riscontrato a Latina, nelle precedenti esperienze professionali, o nella “mia” Anzio. In Ciociaria no, fino a un minuto prima si spaccano ma quando c’è da decidere trovano una quadra. Chissà se riusciranno per la Tav, ad esempio, ma è un augurio sincero che lo facciano. Come la mobilità sostenibile nel capoluogo o una soluzione per la vertenza Stellantis.

Ci sono tanti episodi che potrei raccontare di questi tre anni, molti sono legati alla cronaca (“una priorità“, come ripetevo ai collaboratori) altri ai momenti straordinari come la promozione del Frosinone in Serie A (forza, si può e si deve mantenere la B) o il recente G7 o con la visita del Presidente Mattarella. Altri ancora per le persone incontrate, dai ragazzi del Centro disabili che ci hanno regalato la M stilizzata del Messaggero che fa bella mostra in redazione, a chi aveva difficoltà e ha deciso di aprirsi e raccontare attraverso le nostre pagine. All’esperienza con i detenuti (grazie, Teresa) a chi siamo riusciti ad aiutare con un nostro articolo o ci ha seguito sui social segnalandoci degli errori quando c’erano, fino a chi ci ha spronato ad andare avanti su alcune iniziative, a quanti hanno coinvolto me oppure i colleghi in iniziative promozionali o culturali. Nel fare la “classifica” degli eventi estivi dell’ultima stagione, per esempio, abbiamo faticato a “bocciare” qualcuno perché sono ormai tradizioni consolidate – non lo scopro io – quelle che si tengono a Veroli oppure ad Anagni, a Ferentino oppure ad Atina, in Val Comino, a Sora, Isola Liri o da Collepardo ad Alatri (ma quante Madonne ci sono da festeggiare a Tecchiena piuttosto che al Laguccio o Mole Bisleti?)

Ho apprezzato il lavoro ancor più di “prossimità” – quello sì – che svolgono le diocesi, le parrocchie (un grande grazie a don Paolo e don Luca) o i tanti volontari. Seguendo come sempre da vicino il settore sanitario, ho avuto modo di conoscere professionisti importanti e servizi di eccellenza anche se mi è capitato di raccontare qualche caso di malasanità. La responsabilità dei quali, attenzione, sono solo all’ultimo di medici e infermieri, perché spesso a monte c’è una mancata programmazione unita alla carenza di mezzi e personale.

Ho conosciuto imprenditori illuminati, amministratori pubblici che tra mille difficoltà cercano di dare risposte, sindaci che non hanno mai alzato la voce di fronte a ciò che scrivevamo, dirigenti scolastici appassionati (Maria Rosaria su tutti, altri mi scuseranno), uffici stampa disponibili, investigatori capaci. Così come i colleghi delle altre testate, con i quali c’è sempre stato grandissimo rispetto e collaborazione, sapendo che ciascuno di noi sarebbe stato comunque soddisfatto se fosse riuscito a dare un “buco” all’altro. Perché questo mestiere è così e quando si tratta di notizie, arriviamo in capo al mondo. In provincia se ne trovano tante, tantissime, peccato che ormai si inseguano semplicemente i click e questo lavoro sia radicalmente cambiato. L’ho fatto avendo sempre a mente quello che diceva Indro Montanelli e cioè che “il nostro padrone è il lettore”. L’ho fatto preoccupandomi della deontologia professionale, del rispetto delle persone a maggior ragione quando sono in difficoltà.

Ho ricevuto apprezzamenti, andando via, anche da chi non immaginavo. Porto nel cuore ogni frase dei colleghi, ogni messaggio, i versi che mi hanno consegnato. Spero di aver fatto il miglior giornale possibile con quello che avevo e di una cosa sono certo: l’ho fatto con la massima onestà intellettuale e la coscienza a posto.

Conoscevo l’accoglienza della Ciociaria, ho imparato ad apprezzarne la “tigna”. Sapevo della bellezza dei paesi, ho apprezzato il fatto di conoscerli meglio e quanta passione ci mette chi li racconta ogni giorno. Sono i corrispondenti di provincia, quelli che mi hanno fatto commuovere di più e senza i quali nessun giornale sarebbe realizzabile. Anche nell’epoca del web. A loro va il mio grazie più grande.

Ma solo” è un intercalare che appunto, se ci vivi dentro, impari. Così come altre espressioni che ogni tanto uso, ormai, nel mio parlare quotidiano. La provincia è bella anche per questo. So che Annalisa (che mi ha fatto scoprire Tecchiena, mai confonderla con Alatri) mi “litiga” – come si dice qua – perché vado via dalla Ciociaria senza essere ingrassato, nonostante le porzioni luculliane che in ogni occasione mi sono state offerte ovunque fossi invitato. So che con Stefania e Mario – che conoscevo da prima e sono stati sempre un punto di riferimento in questo periodo – abbiamo già almeno tre appuntamenti l’anno (si comincia dal carnevale….) E insieme a loro con Maria e Daniele, perfetti padroni di casa. Grazie! Potrò fare a meno del “Pezz de Pane” di Roberta, innamorata come pochi della sua terra e ambasciatrice in Italia dei prodotti locali? Assolutamente no.

Sento di mandare un abbraccio immenso a Federica, la mamma di Thomas Bricca, il ragazzo ucciso ad Alatri a gennaio del 2023. Il suo racconto è stato uno dei momenti più difficili della mia carriera, la sua forza (e quella dell’associazione “Albero di Thomas”) un esempio di come da un dolore immenso possa nascere qualcosa di positivo per i giovani. Sarò in Tribunale il giorno della sentenza e spero ci siano tutte le persone che non accettano le prepotenze di ogni forma di criminalità presente, assai, anche in provincia di Frosinone.

Tanti mi hanno chiesto, in questi anni, “ti trovi bene a Frosinone“? a tutti ho risposto “ma solo...” Se siete arrivati a leggere fin qui, avrete capito il perché. Ci rivediamo in Ciociaria.

Ciao Francesco, è una promessa: non molleremo

Ci sono notizie che ti lasciano senza fiato. La morte di Francesco Squintu è una di queste. Un infarto fulminante lo ha portato via, mentre ad Anzio, a Villa Sarsina, si scriveva una pagina di storia alla quale aveva dato il suo contributo. Ho conosciuto Francesco sette anni fa, alla vigilia della mia candidatura, nella sede del Pd. Abbiamo trascorso insieme quei mesi, fino alla sonora sconfitta, scoprendo che avevamo una comune provenienza dai Radicali e che sui diritti ci trovavamo sempre. Ricordo gli incontri alla neuropsichiatria di Villa Albani per affrontare i problemi e cercare soluzioni, in un modo che solo chi vive in casa un’esperienza del genere può fare. Si era candidato, come tutti senza grande successo, non aveva mai mollato prima con Italia Viva e poi nel lungo e difficile percorso – tra un caffè e l’altro, a disegnare possibili scenari – che ha portato all’intesa per Lo Fazio sindaco, fino alla vittoria inaspettata. E per questo ancora più bella: “La strada è cominciata sette anni fa. Non si arriva alla fine se non si parte. Con pazienza si semina anche quando sembra inutile. Ciò che sembrava impossibile si è realizzato. Per me una fetta della gioia di ieri nasce da quella sconfitta” – ha scritto sotto un mio post che celebrava quel momento, il 3 dicembre.

E quando ho detto che il blog avrebbe cambiato pelle, settimana scorsa: “Serviranno sempre le tue parole. Che saranno da sprone alla nuova classe politica emergente della nostra Città, per non cadere negli errori del passato. Ripristinare la normalità amministrativa, un rapporto non più da sudditi con i Cittadini e un occhio al futuro“. Oggi vorrei tanto che queste parole non servissero, perché sono velate di tristezza.

Francesco, orgogliose origini sarde, dirigente d’azienda e consulente, poteva forse non essere “portodanzese” ma ha avuto a cuore questa città mettendosi sempre a disposizione e portando una passione senza eguali in tutto ciò che faceva.

Possiamo solo fare una promessa, caro Francesco: non molleremo.