Anzio, la commissione d’accesso che fa tremare la maggioranza

prefettura

Dalla condanna dell’ex assessore Colarieti a oggi – trascorsa una settimana – il clima politico di Anzio si è fatto incandescente. In maggioranza c’è chi dice apertamente che teme la nomina di una commissione d’accesso, mentre abbiamo assistito a vicende tutt’altro che edificanti.

Quando il Pd presentò una richiesta di commissione d’accesso fui tra i primi a dire che non c’erano i presupposti. Non c’erano per come la vicenda venne posta, mettendo insieme una serie di questioni avulse dalla città, datate, per le quali neanche i processi erano iniziati.

Sono passati quasi tre anni da allora, si è votato di nuovo, conosciamo bene i veleni tutti interni al centro-destra dell’ultima campagna elettorale e sappiamo bene cosa è accaduto in questo periodo. Perciò  oggi il sindaco dovrebbe tirare le somme, prima che quella commissione venga anche solo paventata dal Prefetto.

Ricordiamo una cosa: il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha “salvato” Bruschini dallo scioglimento del consiglio comunale per la mancata approvazione del consuntivo 2011 in piena campagna elettorale, poi adesso sulla vicenda dei 10′ di ritardo e i documenti non disponibili per il bilancio c’è la figuraccia dell’opposizione sulla  notifica che invece c’era.

Stavolta dal Prefetto, però, non ci va l’opposizione bensì il segretario Pompeo Savarino. Che è anche il responsabile dell’anticorruzione.

Lo fa per illustrare una situazione che mette alle strette l’amministrazione su più fronti: le condanne a un ex assessore e a una dirigente nel frattempo sospesa, non definitive ma emesse; le inchieste sui rifiuti che coinvolgono un assessore in carica e si sono allargate ad affidamenti a cooperative “vicine” a consiglieri comunali; l’attenzione che la Direzione investigativa antimafia ha su Anzio da qualche tempo; l’ordinanza di chiusura dell’hotel a un consigliere comunale che si guarda bene dal rispettarla; la visita allo stesso Savarino – pare non di cortesia – del sindaco facente funzioni e di un ex consigliere comunale che gli chiedevano delucidazioni sul provvedimento nei confronti della dirigente sospesa; la necessità di fare una disposizione affinché i vigili urbani aprissero una stanza del Comune alla funzionaria che doveva lavorare e dove – speriamo di sbagliare – doveva forse essere conservato chissà quale segreto; l’autorità anticorruzione che chiede i documenti di una gara perché la dirigente non li ha forniti a un consigliere comunale e al segretario medesimo.  Ah, perché il sindaco non era in commissione d’inchiesta sul fenomeno delle intimidazioni agli amministratori locali come i suoi colleghi di Nettuno, Ardea e Pomezia? Qui non hanno sparato a casa di un assessore?

Senza contare quanto hanno asserito gli ispettori del ministero dell’economia e delle finanze e quello che ha scritto la Corte dei conti. Tutti folli?

Ecco il quadro, per difetto temiamo, di ciò che Pompeo Savarino – sul quale pure ci siamo espressi in passato – andrà a dire al prefetto Giuseppe Pecoraro. Sì, direttamente al rappresentante del governo in provincia, non a un funzionario pur di rango.

E’ storia ben diversa da quella che il Pd usava per chiedere la commissione d’accesso. Ed è ancora più grave.

Ma si può sciogliere un Comune per una manifesta incapacità di governare, legata a qualche favore di troppo ad amici degli amici? Detta così sembra proprio di no.

A leggere gli elementi che la Corte Costituzionale ha indicato per la commissione d’accesso, però, l’idea che ci si può fare è diversa. E ognuno, a questo punto, può valutare come crede. Si parla di “collegamenti diretti o indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata o in alternativa il condizionamento che la mafia impone agli amministratori oltre a ciò è necessario connettere al condizionamento o ai collegamenti dei pregiudizi che sono la mancanza di libera determinazione per gli organi elettivi e/o amministrativi (dirigenti, personale), l’andamento negativo dell’ente locale, il malfunzionamento dei servizi affidati all’ente oppure pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica” ancora “affinità, parentela, frequentazioni degli amministratori e/o dipendenti pubblici con soggetti appartenenti direttamente o indirettamente alla criminalità organizzata, precedenti penali o procedimenti penali pendenti a carico di amministratori e/o dipendenti pubblici, la presenza di una o più famiglie mafiose sul territorio comunale, abusivismo edilizio imperante, mancata riscossione dei tributi, adesione culturale o omissioni degli amministratori dinanzi alle gesta della mafia”.

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