Strano modo di essere imprenditori e, peggio, editori. Le cose vanno male dopo aver preso milioni di euro pubblici? Di averlo fatto, secondo la Procura della Repubblica, con qualche imbroglio? E’ colpa della redazione. Suona pressapoco così la nota del presidente della Effe cooperativa editoriale, Davide Rea, che mi chiama in causa dato che per un anno ho diretto l’edizione di Latina.
A parte il pessimo gusto di indicare in quella nota anche una persona che non può più replicare, il buon Rea – leggi Arnaldo Zeppieri – scopre l’acqua calda dicendo che: “L’edizione di Latina è sempre stata connotata dal carattere dell’autonomia ed indipendenza rispetto a quella di Frosinone”. Normalmente, trattandosi di un giornale e non di cantieri nei quali l’editore ha dato ben altre prove, i giornali e i giornalisti hanno una certa autonomia.
Non vengo dalla montagna del sapone, come si dice dalle mie parti, per sapere che soprattutto nei giornali locali gli editori cercano di avere altri tornaconto e che questa autonomia, spesso, deve fare i conti con esigenze diverse.
Nel periodo durante il quale ho avuto il piacere di lavorare per la Effe cooperativa editoriale ho gestito, comunque, in piena autonomia e sempre in sintonia con il direttore Umberto Celani un gruppo di giovani che erano stati scelti per dar vita a un’impresa ma dalla loro non avevano una grande esperienza. Io ho messo a disposizione la mia, prima di intraprendere una strada diversa per motivi personali e professionali, lasciando un gruppo in grado di fare – sono convinto meglio di prima – il suo lavoro.
Rea sa bene, all’epoca si occupava di buste paga, se non erro, che i giornalisti ce l’hanno messa tutta e sa ancora meglio che le “numerose iniziative messe in atto per promuoverne la vendita” hanno ben poco fondamento. Chi l’ha promossa – almeno per l’anno che mi riguarda – sono stati i giornalisti con una serie di “pre venduti” in periodo elettorale che ancora oggi possono essere dimostrati. Lasciando un po’ di autonomia professionale e mettendosi a promuovere un prodotto che si era inserito in un mercato difficile. Si poteva fare meglio? Certamente. Sfugge quali iniziative promozionali ha messo in campo l’editore. In quell’anno, francamente, non ne ricordo.
Prendersela con chi, oggi, cerca di far valere i propri diritti e rivendica stipendi e istituti contrattuali è tipico, il presidente mi scuserà, di chi non ha più nulla da dire.
Eppure sono tante le cose che andrebbero chiarite a chi ha investito su quel lavoro, a chi si è dato anima e corpo nel tentativo di migliorarlo, a chi è stato lasciato via via solo con la chiusura dell’agenzia di pubblicità, senza una promozione, alla fine senza stipendio. Vogliamo parlare del tentativo di andare a firmare la cassa integrazione senza i lavoratori, bloccato in extremis grazie all’intervento delle organizzazioni sindacali? O del “piano di rilancio” per il quale Zeppieri si era impegnato sottoscrivendo in Fieg il primo accordo, poi abbondantemente disatteso?
Certo, i soldi pubblici non ci sono più o sono al centro di un contenzioso e allora è meglio chiudere. Dimenticando, fra l’altro, che al momento di assumere tutti i colleghi – io ero già andato via – la Effe cooperativa ha goduto delle agevolazioni Inpgi sui contributi per neo assunti. E quelli sono soldi dei giornalisti, questi brutti, sporchi e cattivi che si sono permessi di mantenere la schiena dritta e rivendicano i loro diritti nei confronti di chi propone un percorso di chiusura della redazione e di cassa integrazione al di fuori delle norme.
Avere autonomia è il minimo per chi vuole svolgere questa professione. Pensare di avere a che fare con dei sudditi, invece, è tipico di chi pensa di fare l’editore-padrone. Ma solo finché ci sono i soldi pubblici.






