Il porto che poteva già esserci, la chiarezza indispensabile

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La ricostruzione di Candido De Angelis rispetto alla vicenda porto, fatta ieri in Consiglio comunale, è fedele a quanto accaduto in questi anni. Non c’è alcun dubbio che se Anzio fosse stata trattata dalla Regione come Fiumicino e Formia oggi avremmo un porto realizzato. Alle prese con la crisi della nautica, certamente, ma operativo. I se e i ma non fanno la storia, però ricordare – come ha fatto l’ex sindaco – gli incontri con autorevoli personaggi dell’imprenditoria italiana nel settore e le aspettative che c’erano nell’ambiente, le trattative ai massimi livelli con l’allora amministratore di Invitalia Arcuri che controllava Italia Navigando e “messo lì da D’Alema”, serve a capire una storia travagliata. Giocata, spesso, lontano da Anzio.

La chiamano “politica” ed è grazie a quella che hanno bloccato – con pareri a soggetto – un porto che era fatto. Lo affermò in una lettera al Pd alla quale mai nessuno degli interessati ha replicato l’allora assessore regionale e oggi senatore Bruno Astorre in merito al famoso convegno al Lido Garda: “Chi veniva a Roma a chiedermi di bloccare l’opera si è distinto per una sola cosa: tacere“. Indicava nome e cognome di un autorevole esponente delle varie trasformazioni del Pd, personaggio ancora molto “sentito” da una componente del partito. Evito di nominarlo, con lui ho chiuso da tempo, come con  i politici che mettono l’arroganza davanti a tutto quando gli mostri l’evidenza.

Il porto era fatto, con un piano finanziario allora credibile e oggi inesistente. Sì, adesso che c’è la concessione di entrambe le aree si rischia di essere arrivati tardi o di dover cedere la società per la “spending review”. Intanto continuiamo a non sapere – nero su bianco – dove si trovano i soldi di quella che viene definita una “start up” dopo quattordici anni…

Peggio, si rischia che il socio privato che ci siamo ritrovati – sempre grazie alla “politica” pure trasversale – non firmi la fideiussione che invece ha deliberato il consiglio comunale perché il sindaco ha svelato la sua “strategia” e detto che il porto era e resta quello e per lui Renato Marconi può anche accomodarsi. E che si darà corso a quanto previsto dai patti parasociali: Italia Navigando e chi ne ha preso il posto non hanno portato i soldi entro un anno dalla concessione, le quote tornano al valore nominale al Comune.

Lo sosteniamo dal primo momento, ribadendo la necessità che le quote siano del Comune e che questi decida se e come procedere anche in caso di eventuale cessione della società. Il sindaco – dice per precisa scelta – finora la pensava diversamente e dava a Mare2/Marinedi/Marconi ampia carta bianca.

Ora, l’ingegnere deve andarsene e non ci piove, può avere tutti i difetti di questo mondo, non ci sarà simpatico, ma è chiaro che adesso reagirà. Al suo posto, dopo l’inversione a U di Bruschini, chiunque farebbe la stessa cosa. E senza la fideiussione – che va firmata da entrambi i soci – la banca passerà agli atti esecutivi. Ci saremo levati di torno (forse) Marconi ma avremo un problema di non poco conto se come ha detto il sindaco replicando a De Angelis quella fideiussione “l’avresti portata così in consiglio se oggi fossi stato qui al mio posto”. Cosa succede senza? I se e i ma non fanno la storia, per questo continuiamo a chiedere una sola cosa: chiarezza.

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