L’ospedale, il territorio. Un dialogo tra sordi e qualche idea

villalbani

In attesa del prossimo “tavolo” convocato dai Comuni sulle vicende dell’ospedale, è bene sottolineare ancora una volta che il problema non è e non può essere semplicemente il “Riuniti” ma quello che c’è intorno. Perché se prima non capiamo una volta per tutte che i posti letto, da soli, non sono più una risposta ai bisogni di salute, non capiremo mai che l’investimento vero va fatto sul territorio.

Ecco, convocare un “tavolo” come è stato fatto nei giorni scorsi e dimenticare i medici di base – primo filtro per una sanità che funziona a dovere – è stato un errore madornale. Nobile l’intento di salvaguardare l’ospedale, ma ripeto che da solo non è sufficiente. La prossima apertura del Policlinico dei Castelli (spero di sbagliare, ma pare avessero “dimenticato” che servono rete fognaria e fornitura idrica) e l’inserimento di Anzio-Nettuno nella rete dell’infarto (prossimamente dell’Ictus) con la Asl di Latina, impongono ripensamenti seri sul ruolo del “Riuniti” ma prima ancora dell’offerta sul territorio. Finora medici ospedalieri e di base, specialisti ambulatoriali, hanno messo in piedi un dialogo tra sordi. La responsabilità è sempre di altri, ma proviamo a vedere come si è arrivati a questo punto e quali sono le reti da costruire prima che sia troppo tardi. Qualcosa si è mosso, ma non basta ancora.

  1. Il pronto soccorso affollato: è rimasto l’unico presidio certo al quale rivolgersi, non solo ad Anzio-Nettuno, e lo dimostra la situazione in tutto il Lazio. La chiusura di sedi ospedaliere, la mancata riconversione e il mancato avvio di adeguati servizi territoriali fa sì che pazienti cronici o con patologie non tali da giustificare un accesso  vadano nei dipartimenti di emergenza. Risultato? Affollamento, personale sovraccaricato, il 70% circa  di codici bianchi o verdi – per i quali non serviva il pronto soccorso – e casi come quello del paziente oncologico morto al “San Camillo”.
  2. Ucp: le unità di cure primarie o studi  associati, quelli che la Regione ha organizzato ma che i medici di base che hanno aderito (non tutti) preferiscono non pubblicizzare. Dalle 9 alle 19 e dal lunedì al venerdì se non c’è il proprio medico si può andare da un altro, associato, senza ricorrere necessariamente al pronto soccorso. Non sono rese adeguatamente note,  quindi finora sono inutili.
  3. Ambufest: nei fine settimana e nei festivi, sempre dalle 9 alle 19, si può fare ricorso a questo servizio, certamente molto più rapido di un’attesa in pronto soccorso per dolori addominali che magari durano da tre giorni. Anche qui, scarsa pubblicizzazione.
  4. Casa della salute: questa sconosciuta o chi l’ha vista? Quella che la Asl di Latina si affrettò ad aprire a Sezze non aveva collaudo, ad esempio, ma al di là di vicende strutturali è il modello che non funziona o almeno non ancora. La “presa in carico” dei pazienti, la rete sociosanitaria, sono pie intenzioni finora non realizzate. Il modello teorico c’è: se un paziente diabetico – ad esempio – ha bisogno di x esami o visite l’anno, per quale motivo devo farlo girare a fare prescrizioni, prenotazioni e via discorrendo? So chi è, ci penso io. Un orizzonte affascinante ma non ancora concreto. E di quella prevista a Villa Albani non vediamo traccia.
  5. Assistenza domiciliare/Rsa: chiudere i posti letto va bene, è stato  necessario dopo anni di sprechi e grazie alla moderna chirurgia che non richiede più lunghi ricoveri, ma servono alternative. Potenziare l’assistenza domiciliare, autorizzare Rsa che non siano dei “soliti” furbi e paghino gli stipendi, le alternative ci sono ma  non sono mai decollate sul serio. Una casa della salute capace di “prendere in carico” servirebbe anche a questo.
  6. Prevenzione: è la vera grande sfida della sanità e non può che essere fuori dagli ospedali. Su questo i sindaci – e non solo loro – devono battersi con la Asl affinché metta al primo posto attività di screening sempre più vaste, sia per le patologie tumorali sia per i corretti stili di vita.
  7. Liste d’attesa: più servizi aprono, più c’è richiesta, più si allungano i tempi. Sono di per sé un falso problema, soprattutto perché se una prestazione serve con urgenza i medici di base hanno a disposizione un numero dedicato grazie al quale – entro 72 ore – l’esame necessario si esegue. Anche qui, qualcosa non torna. L’adeguatezza prescrittiva, riferibile anche ai farmaci, va necessariamente affrontata, mentre i cittadini educati a chiamare il Recup (o scrivere, richiamano in 24 ore) perché se la prestazione sotto casa è fra sei mesi, spesso ce n’è una a pochi chilometri fra tre giorni. Certo, si deve trovare chi ti accompagna,  ma pure qui se esiste la “presa in carico” si trova pure il modo di far funzionare servizi di trasporto protetto che ormai sono la norma nei posti civili.
  8. Ospedale:  funzionando tutto il resto, si capisce che  diventa un pezzo del sistema, non il centro dello stesso. In pronto soccorso va chi ha un’urgenza vera, viene trattato e stabilizzato, quindi trasferito se necessario. A quel punto date le chirurgie di base e per l’emergenza, lasciato il punto nascita,  si può immaginare un’attività di elezione mirata ovvero una trasformazione in attività di supporto o ambulatoriali. Il percorso che oggi fa l’ortopedia, ad esempio, è già virtuoso: frattura, pronto soccorso, poi ambulatorio per tutto il resto.
  9. Specialistica: l’ospedale generalista non esiste più, per questo a un primo trattamento nelle emergenze devono seguire  risposte adeguate non necessariamente sotto casa. Il principio, e i sindaci farebbero bene a battersi per questo, deve essere quello della cura migliore nel posto più adeguato e non della cura semplicemente in quello più vicino.
  10. Riabilitazione: insieme alla prevenzione è l’altra grande sfida, in parte già vinta proprio a Villa Albani dove arrivano persone dopo il primo trattamento post ictus – ad esempio – o si va a seguito di una operazione all’anca o al femore.

Per fare questo serve una Asl che risponda a principi di corretta gestione prima che politici (negli anni sono state costruite a destra e sinisrta carriere che avrebbero portato voti a forza di “Uos” spesso inutili) servono medici umili, di ogni categoria, e cittadini disposti a capire che se chiude un reparto non crolla il mondo, basta che c’è un servizio alternativo che funziona. Serve una rivoluzione culturale, dunque, che potrebbe cominciare già al prossimo “tavolo“, quando sarà bene affrontare il tema salute,  perché solo ospedale è riduttivo.

L’impegno per l’ospedale, le cose da sapere e quelle da fare…

ospedale

L’impegno del sindaco di Anzio e di quello di Nettuno per l’ospedale è lodevole. L’idea di un tavolo tecnico come quello che si è svolto oggi, pure, ma occorre gettare acqua sul fuoco degli entusiasmi dopo l’incontro odierno e chiarire alcune cose che ai più evidentemente sfuggono.

E’ certamente importante che i medici  – ma c’è chi ignorava ci fosse un incontro, pazienza – indichino le criticità che ci sono in ospedale. Sicuramente i problemi del “Riuniti” – pronto soccorso in testa – vanno affrontati. Ma quella di oggi è una sede di confronto/proposta, perché le decisioni si prendono altrove e i sindaci hanno il dovere non solo di saperlo, ma di informare correttamente i cittadini in tal senso. Bruschini e Casto siedono, di diritto, nella conferenza locale sulla sanità ed è lì che vanno portate le proposte. Il tutto nell’ambito di quello che è il vigente atto aziendale – quello che definisce il “disegno” dei servizi della Asl –  approvato  proprio da quella conferenza. Casto non c’era ancora, Bruschini cosa disse?

E all’annunciato incontro con Mostarda i sindaci, insieme a Cafà e Turano – quest’ultimo nel duplice ruolo di molti colleghi in mezza Italia di medico e consigliere comunale – diranno quali modifiche apportare a quell’atto? (attoaziendaleromah2015bur)  Perché  altrimenti parliamo di aria fritta. Come quando si ricorda la riforma Polverini, quella che per cercare di limitare la voragine dei conti sanitari – che ha radici antichissime, sia chiaro – aveva disegnato improbabili macro aree per cui un’azienda virtuosa – come ad esempio quella di Latina – doveva accollarsi i debiti anche del San Camillo e subiva tagli “orizzontali“. Ma il punto non è questo, bensì quale offerta sanitaria “in base alle reali esigenze dei cittadini di Anzio e Nettuno” hanno in mente i partecipanti al tavolo e i sindaci.

Perché ci sentiamo di dire che va bene salvaguardare l’ospedale, ma non è, non può e non deve essere l’unica risposta ai bisogni di salute della popolazione. A proposito, qualcuno li conosce? Chi scrive poco, i partecipanti al tavolo?

Se non partiamo da quelli – e per grandi linee possiamo immaginare una popolazione che invecchia, l’aumento delle malattie croniche e di quelle dismetaboliche, delle patologie tumorali e dell’apparato cardiocircolatorio – non andiamo da nessuna parte. E’ ormai noto, soprattutto ai medici – sia quelli che erano al tavolo sia gli altri – che l’ospedale serve solo per le emergenze e l’attività di elezione. Il resto si fa, si deve (dovrebbe….)  fare, sul territorio, aggiungendo all’assistenza la cosiddetta medicina di “iniziativa“. Aumentare i posti letto non serve, diverso è mandare più personale nella prima linea del pronto soccorso nei momenti di picco. Che se il territorio funziona a dovere, lo diventano solo quando la popolazione aumenta, in estate. Altrimenti è un cane che si morde la coda.

Se è questo il modello che  il tavolo si prefigge è quello di rispondere ai bisogni dove si trovano, non in ospedale e basta, allora siamo d’accordo. Presa in carico dei pazienti cronici e prevenzione, uniti alle dotazioni che necessariamente l’ospedale deve avere, sono una proposta seria e credibile della quale i sindaci devono farsi carico. E se poi a loro e a chi ha immaginato quel tavolo venisse in mente di confrontarsi anche con i cittadini, sarebbe ancora meglio.

L’istituto nautico, ogni tanto una buona notizia

laura nolfi

L’assessore Laura Nolfi

Andiamo a memoria, rischiando di sbagliare, ma l’ultima scuola istituita ad Anzio è stata – ormai  30 anni fa – il liceo classico. Una scelta, lungimirante, fatta dalla giunta guidata da Giulio D’Amico con assessore alla pubblica istruzione e cultura Maria Vittoria Frittelloni. Un’era politica fa, anche se Luciano Bruschini già c’era – assessore ai lavori pubblici – e c’è ancora oggi, sindaco.

Va salutata assolutamente con favore, allora, la notizia dell’arrivo ad Anzio dell’istituto  nautico che sarà presentato domani. Quando si tratta di una cosa buona, va riconosciuto. Soprattutto quando la politica svolge il suo ruolo, ascoltando le istanze che arrivano dal territorio. A chi amministra si chiede di dare risposte sì alle esigenze quotidiane, ma anche di lasciare qualcosa di duraturo. Una scuola lo è, pertanto vanno fatti i complimenti a tutti coloro che hanno portato avanti questa iniziativa.

Non se la prendano a male gli altri ma va una particolare menzione all’assessore Laura Nolfi e a un’insegnante che per la crescita della scuola sul territorio è in prima linea da una vita, come Anna Maria Palagiano.

Detto questo, va sottolineato che la scelta del Nautico – dopo che per anni ragazzi di Anzio sono andati a Roma se non a Gaeta – dovendo aprire un istituto era la più logica da fare. Legata al mare, come la città. Ci si pensava da tempo, ma evidentemente adesso c’è stata la possibilità ed è stata sfruttata. Bene.

Solo su una cosa non ci troviamo d’accordo, non è una novità ma riguarda il sindaco. Faccia una cortesia, dire che tutto ciò avviene “insieme all’inizio dei lavori per la realizzazione del nuovo Porto” è continuare ad alimentare un’illusione. Di quell’inizio lavori sentiamo parlare dalla seconda campagna elettorale di De Angelis, per favore basta. Ce ne riparli quando finalmente inizieranno, perché ignoriamo che fine abbiano fatto bando, finanziamento e via discorrendo.

Domani è un giorno importante e spiace non esserci per lavoro. Un giorno di festa, quasi: non lo roviniamo con certe promesse.