Porto, il gioco a chi è più furbo e gli insostenibili “non so”. Benservito (?) a Marconi

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

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C’è voluta la discussione in consiglio comunale sulla fideiussione a favore della Banca Popolare del Lazio sul debito contratto dalla Capo d’Anzio per sapere, finalmente, qualcosa in più sul progetto del nuovo porto. Il sindaco, dopo mesi di silenzio, ha svelato qualche “mistero“, ha confermato la poco piacevole abitudine dei “non so” negando persino l’evidenza, ha continuato a non rispondere a qualche perplessità neanche sollecitato – in questo – dall’opposizione.

Primo punto: il porto resta quello, sarà pubblico e Renato Marconi o ne prende atto e restituisce le quote sulla base dei patti parasociali o si andrà “in Tribunale e deciderà un giudice, era ed è importante mantenere operativa la società“. E’ stata – lo ha pubblicamente detto il sindaco – “una strategia“. Già perché Bruschini non ha mai dato corso all’ordine del giorno del 2012 votato all’unanimità per riprenderci le quote di Italia Navigando poi passate a Mare 2/Marinedi e cioè Marconi senza che queste trovassero i soldi a un anno dalla concessione, poi ha votato contro la delibera che lo impegnava a riprendersele e oggi “liquida” l’ingegnere: “Lui ha un’idea, noi un’altra, se è d’accordo bene altrimenti pazienza, noi siamo la maggioranza della società e andiamo avanti“. Arrivederci e grazie. Cosa che non ha detto prima perché “non mi fido più di nessuno, non so chi ha rapporti con Marconi, quindi ho preferito tacere“. Non solo, con questa “strategia” il sindaco ha ottenuto il suo obiettivo- è stato sempre lui ad ammetterlo – cioè la totalità della concessione e oggi la realizzazione dell’opera è più appetibile in una nuova gara per la quale sarà presto pubblicato il bando. “Sarà come prima” – ha confermato Bruschini, dicendo pure che è solo invertito il cronoprogramma. Nessuno gli ha chiesto se sono confermate anche le opere pubbliche previste dall’atto d’obbligo tra Comune e Capo d’Anzio o se la base di gara sarà ridotta come si dice. Perché se nessuno si è fatto avanti nel 2013 con una base di 193 milioni è difficile che altri lo facciano oggi, a meno che la “strategia” non preveda ancora altro…

Da Bruschini – che ha tenuto con il suo predecessore Candido De Angelis un lungo dialogo come se la vicenda riguardasse solo loro – abbiamo appreso anche di non aver sbagliato sinora su diverse questioni. La prima era – ed è, supponiamo – l’idea di Marconi di procedere “a pezzi” e di fare cassa. Soluzione che Bruschini sostiene di non condividere e che, dobbiamo dedurre, ha fatto parte del suo disegno. La seconda è che non c’è un piano finanziario alla base della nuova fideiussione – illegittima secondo il Pd perché la Capo d’Anzio tutto è fuorché una “start up” dopo 14 anni… – e che la restituzione dei 60.000 euro al mese alla Banca Popolare del Lazio, dopo il fallimento di due piani di rientro, si farà con i soldi dei canoni demaniali. Le procedure messe in atto finora, altra conferma a ciò che andiamo chiedendo da tempo, sono servite a portare la società a fare “cassa” perché il debito aumenta anno dopo anno. Il resto? I 25 posti prenotati, il Consorzio al quale ha lavorato Marconi per reperire imprese, l’avvocato “porta a porta” a far firmare i contratti, il prestito di 200.000 euro “a titolo fruttuoso” di Marconi alla Capo d’Anzio? Abbiamo scherzato, evidentemente.

Ma il piano finanziario? Ha provato a chiederlo Cristoforo Tontini, liquidato appunto con la vicenda dei canoni. Il resto dei soldi? “Chi vince la gara si accollerà le spese sostenute fin qui. Se poi andrà male potremo sempre vendere una società che oggi a mio parere vale almeno 10 milioni di euro“.

Spese di Marconi e del suo studio comprese, immaginiamo, perché l’ingegnere che intanto inseriva nella sua Marinedi – la rete dei porti del Mediterraneo – anche il “Marina di Capo d’Anzio” non starà certo a guardare dopo essere stato liquidato in questo modo e dopo aver provveduto a una serie di lavori per conto della società. Già, pensavamo che Marconi facesse il furbo registrando il sito a suo nome, creando il nuovo logo, invece Bruschini è pronto a riprendersi le quote e  a fare causa. Anzi, se l’ingegnere voleva fare il furbo, il sindaco lo è stato più di lui alla luce di quello che si è sentito in Consiglio. Vedremo se dopo aver ignorato l’ordine del giorno unanime sulle quote pubbliche ora Bruschini rispetterà l’impegno e la “parola d’onore” data alla minoranza di De Angelis per riprendersi il 39% avviando la procedura “entro ottobre“.

Tutto questo dopo aver ignorato – arrivando spudoratamente a negarne l’esistenza durante il dibattito  – l’esistenza di due pareri legali che lui stesso ha fatto chiedere allo studio Cancrini. Il primo sul da farsi con Italia Navigando/Marconi quando sono state trasferite le quote della società pubblica alla Mare 2 spa dell’ingegnere (e dove si consigliava già due anni fa, quando di fideiussione non si parlava ancora, un arbitrato), il secondo sullo scenario in caso di vendita delle quote stesse. Come al solito Bruschini “non sa” – questo ha detto a De Angelis – eppure ci sono addirittura determine dirigenziali che pagano quei pareri… E il sindaco rasenta il ridicolo quando dice di ignorare la lettera agli ormeggiatori e afferma “l’ho letta solo questa mattina…” Per piacere! Dobbiamo fidarci della parola d’onore però, magari vale più della volontà unanime del Consiglio comunale.

Intanto dopo mesi sappiamo qualcosa in più di un percorso tortuoso e di una strategia messa in atto all’insaputa di tutti. Ha fatto bene o male il sindaco? Da un primo cittadino ci si aspetta chiarezza, sempre. Ecco perché ribadiamo che la città merita risposte certe ed è bene che si faccia chiarezza sull’aspetto societario – perché da domani Marconi rischia di diventare un “nemico” e non un semplice socio di minoranza, Italia Navigando dovrebbe insegnare qualcosa  – e su quello finanziario. Anche qui, non si può liquidare la questione dicendo “a fare le cose con i soldi sono bravi tutti, è farle senza che è difficile“. Non parliamo di comprare una casa, ma di realizzare o meno l’impresa che dovrebbe rilanciare Anzio. Senza sotterfugi, strategie, imbarazzanti quanto insostenibili “non so“, fideiussioni per una “start up” costituita nel 2000  e priva di un piano finanziario degno di tale nome. No, così il rischio è di finire di incartarsi. L’ultima cosa che serve al porto e alla città

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