Ospedale e sanità, il modello al quale puntiamo

C’è un punto che va chiarito subito: in materia di programmazione sanitaria i consigli comunali, congiunti o meno, possono dare al sindaco una indicazione e questi ha il dovere di portarla alla conferenza locale sulla sanità e tentare di farla inserire nell’atto aziendale. Funziona così, chi dice altro prende in giro i cittadini. La grande attenzione di questi giorni “elettorali” per le sorti dell’ospedale di Anzio-Nettuno conferma che alla “politica” di casa nostra piace, evidentemente, giocare.

Quello che la Asl – e la Regione Lazio – dovevano decidere per il “Riuniti” è avvenuto nel 2014, con la conferenza dei sindaci che all’unanimità ha approvato la riorganizzazione allora proposta dal direttore generale Fabrizio D’Alba. Ignoro se ci fosse Bruschini, a quella conferenza, o se avesse delegato l’assessore alla sanità Placidi sperando di poter dire poi che lui, il sindaco, “non sapeva“. Ma l’atto pubblicato sul bollettino ufficiale della Regione Lazio nel 2015 è chiarissimo.

Ecco, questo è il passato che speriamo di lasciare alle spalle definitivamente, tra qualche mese.  Per ciò è bene indicare qual è l’idea che abbiamo e che porteremo all’attenzione della Asl se dovesse toccarci l’onore e l’onere di guidare la città. Non gridiamo “l’ospedale chiude…” perché non è così. Neanche uno scriteriato chiuderebbe una struttura che serve un bacino d’utenza come quello di Anzio-Nettuno che raddoppia se non triplica le presenze d’estate. Stiamo assistendo, però, a un progressivo e inaccettabile depotenziamento. Soprattutto se non c’è una risposta adeguata che riguarda la presa in carico dei pazienti – a partire dai cronici – sul territorio.

Questo è il paradigma che dobbiamo rovesciare. Un ospedale come quello di Anzio-Nettuno deve garantire un pronto soccorso efficiente (e la Asl il personale necessario), cardiologia e chirurgia d’urgenza, punto nascita, traumatologia, tutto ciò che riguarda i pazienti “acuti“. Deve essere quello che in gergo è definito uno “spoke” e se ci sono casi gravi deve avere un “hub” di riferimento. E’ già in larga misura così, il modello dei “raggi” e del “mozzo” è realtà non nel Lazio, ma in Italia e nel mondo ormai. Chi difende un singolo posto letto o un reparto con sopra il suo nome quale dirigente e magari fa perorare la sua causa dal politico di turno, fa una battaglia di retroguardia. Questo modello, efficiente e in grado di soddisfare le emergenze è certamente da migliorare, ma non si può tornare indietro.

E poi? C’è la “rete” del territorio, quella che va dai medici di base agli ambulatori specialistici, che “prende in carico” il paziente e non lo costringe ad andare in pronto soccorso con un codice bianco o verde. Qualcosa c’è già, dalla mai abbastanza pubblicizzata “Unità di cure primarie” (più medici di base associati, se non c’è il mio di famiglia  è disponibile un altro) al cosiddetto “Ambufest” nei giorni festivi. Nel primo caso ci sono Comuni che hanno messo a disposizione ambulatori condivisi, nel secondo la Regione ha fatto già dei passi in avanti.

Diverso il discorso di “presa in carico” che un’amministrazione deve fare proprio d’intesa con la Asl: persone fragili, malati cronici, non devono cercare da soli le prestazioni, per esempio, e magari attendere mesi. No, si deve programmare quello che è prevedibile per un diabetico piuttosto che per un malato di Parkinson, tanto per fare degli esempi. Un Comune deve guardare a questo, alla creazione di un modello virtuoso di integrazione socio-sanitaria. Lo fanno in tante realtà, è sicuramente meglio che gridare “ci chiudono l’ospedale“.

Così come un Comune deve essere in prima linea nella prevenzione, dalla promozione dei corretti stili di vita al sostegno alla Asl nelle campagne di screening per i tumori e tutto il resto.

Poi c’è il discorso legato alla riabilitazione, alle residenze sanitarie assistenziali, settori nei quali i privati continuano a guadagnare e il pubblico arranca, quando invece potrebbe rappresentare una parte consistente della risposta.

Ecco, se toccherà a noi non ci scandalizzeremo per un posto letto in meno, se a quello corrisponderanno due servizi in più sul territorio. E quando saranno convocate le conferenze dei sindaci lo diremo a cittadini e operatori, chiedendo un loro parere. Non è mai stato fatto, in passato,  non sembra nelle corde di chi oggi finge di correre ai ripari. Anche per questo  proponiamo #unaltracittà

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