Giornalisti fastidiosi, la professione ai tempi dei personal media

Giampaolo Pansa (www.ilgiornale.it)

Giampaolo Pansa (www.ilgiornale.it)

Un direttore generale della Asl di Latina, qualche anno fa, raccontava che a leggere il titolo di un articolo andava su tutte le furie. Poi leggeva il testo, restava comunque adirato perché la notizia era apparsa, ma si fermava a riflettere. A cercare di capire cosa ci fosse di vero in quell’informazione e  – dato che era stata verificata da chi l’aveva scritta – a comprendere dove avesse sbagliato la Asl o dove ci fossero stati problemi in ospedale. “Ecco,voi mi fate incavolare – ripeteva ai giornalisti – però mi date anche l’occasione di capire e intervenire“. Succedeva non molto tempo fa, con chi non metteva certo i tappeti rossi ai giornalisti e anzi, come altri, cercava di capire come facessero a sapere cose prima di lui, ma che aveva rispetto di professionisti del settore e dialogava.

Al contrario di politici di ogni schieramento e che – dal direttivo locale di un partito al parlamento – preferiscono “sparare” su chi scrive di loro, quel direttore generale faceva delle notizie una opportunità. Criticando, anche, e ci mancherebbe altro, ma mai dicendo a chi scriveva che era manovrato, prezzolato, incapace, bugiardo e via discorrendo. Gli aggettivi potete aggiungerli a piacimento.

Quando volevo fare questo mestiere partecipai, giovanissimo, a una lezione di Giampaolo Pansa. Aveva appena pubblicato “Carte false“. Disse che se volevamo veramente diventare giornalisti dovevamo essere capaci di fare una visura in camera di commercio (non c’era internet, allora…) e in tribunale, conoscere un direttore di banca, di non fermarsi all’apparenza, approfondire… Ebbi la fortuna di discutere con lui nel 2009 ad Anzio, quando da sinistra lo accusavano per il suo presunto “revisionismo”  per i suoi libri. Gli chiesi chi glielo avesse fatto fare: “E’ il mio mestiere, potevo mica fermarmi a Carte false“.

Ecco, è il nostro mestiere. Lo stesso Pansa lo ricordava senza peli sulla lingua in un articolo sull’Espresso il 25 agosto 2005. Lo tengo nella bacheca alle mie spalle, in redazione. Il testo è in questo blog, ma vale la pena di ricordare il sommario: “Se il giornalismo non è cattivo, un po’ carogna e senza rispetto per chi comanda che giornalismo è?” Era vero ai tempi di “Carte false“, lo era dieci anni fa quando Pansa pubblicava quell’articolo, lo è a maggior ragione nell’era dei “personal media“, quando ciascuno diffonde le notizie che ritiene sui social network e tanti che fanno questo lavoro gli vanno dietro a copiare e incollare, rinunciando al loro ruolo vuoi per fare presto, vuoi per chissà quale piaggeria.

Certo, è cambiato il modo di svolgere il lavoro, ormai un “tweet” annuncia, per esempio,  quello che prima si sapeva – a fatica – dopo lunghe “liturgie” di partito. Ma il cinguettio non basta se vogliamo restare nell’ambito di una professione credibile, che approfondisce, cerca dati, verifica, incrocia, dà qualche fastidio a chi occupa un ruolo pubblico. Fermarci a copiare e incollare serve a riempire spazi, inondare i siti di cose magari non verificate o di scarso interesse per il pubblico, toglie a questo lavoro il gusto di farlo.

E di far andare su tutte le furie un direttore della Asl piuttosto che un sindaco, un assessore piuttosto che un personaggio politico. Poi c’è chi reagisce cercando di capire, chi viene chiamato in causa per A e risponde da B a Z ma evita l’argomento, chi pensa che sei un fastidioso rompiscatole che ha chissà quali “padroni” o mire, usa vicende estranee per sviare il discorso, minaccia o fa querele temerarie.

Pazienza,  dipende dalla predisposizione al dialogo, alla comprensione o meno, di chi viene chiamato in causa. Problemi loro. Non per questo i giornalisti devono smettere di essere tali. Soprattutto al tempo dei personal media.

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