La mafia, Fondi, i silenzi, la povera Nettuno

La Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione

La sentenza della Corte di Cassazione che conferma la presenza a Fondi di un’associazione a delinquere di stampo mafioso riapre una vicenda che è stata purtroppo archiviata con troppa facilità. E’ quella del mancato scioglimento del consiglio comunale di Fondi, chiesto dal prefetto Bruno Frattasi dopo il lungo lavoro della commissione d’accesso, fatto proprio dall’allora ministro Roberto Maroni, portato nel consiglio dei ministri presieduto da Silvio Berlusconi e lì rinviato più volte e poi bocciato a fronte delle dimissioni di quell’amministrazione. Quella che lo stesso Maroni indicò come la scelta di “ridare la parola al popolo sovrano” era e resta una vergogna nazionale. Una pagina buia nell’applicazione delle misure di prevenzione nel nostro Paese.

E non serve la sentenza odierna a stabilirlo, perché la commissione d’accesso – funzionari dello Stato che qualcuno definì incautamente “pezzi deviati” – avevano accertato ciò che era partito dalle dichiarazioni di un assessore, eletto con i voti del clan, e messo nero su bianco il marcio di quel sistema per il quale – applicando prima che entrassero in vigore le nuove norme e chiedendo a Frattasi una nuova relazione – alla fine hanno pagato un paio di dirigenti con delle sospensioni.

Amo ripetere, quando parlo di criminalità organizzata nel Lazio e in provincia di Latina in particolare, che avevo più capelli di oggi e non ancora bianchi quando scrivere di “infiltrazioni” o di “interessi” era considerato quasi uno scoop. Oggi abbiamo sentenze per 416 bis – per Fondi come per Latina, per i Tripodo/Trani come per gli Schiavone/Noviello – e c’è chi prova ancora a negare o minimizzare. E’ di ieri la notizia della confisca di 30 milioni di beni a una famiglia in odore di ‘ndrangheta, non è passato molto tempo dalle condanne in primo grado ai Gallace. Segno che lo Stato, sia pure lentamente, risponde. E non è affatto “deviato”.

Quello che stupisce dopo la sentenza odierna è il silenzio della politica. Di quelli – di ogni schieramento – che sono abituati a fare attraverso solerti uffici stampa auguri a chi viene eletto anche al condominio, a commentare tutto il possibile, a inondare di comunicati redazioni. Quelli che oggi hanno taciuto. Come se la sentenza di Fondi non fosse epocale. 

A fronte di tutto questo fa quasi tenerezza la povera città di Nettuno. Lì il Consiglio comunale è stato sciolto per un centesimo rispetto a quanto emerso a Fondi. E non servirono i big nazionali che prendevano i voti o erano abituali frequentatori di questi lidi. No, quel Consiglio andava sciolto e non si fecero sconti. Pisanu, allora ministro dell’interno, avrà mille difetti ma non è Maroni. Oggi c’è un clima poco piacevole, ma le vicende – e spero di non sbagliare – sembrano più legate a piccoli interessi locali che ad altro.

Perché parliamo di città sane, attenzione, di un tessuto sociale non compromesso – non ancora almeno – ma Consigli comunali, classe politica e dirigenziale, che nella migliore delle ipotesi, a Nettuno come a Fondi, si giravano dall’altra parte. 

Ieri si è ricordato – poco e male – il delitto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Diceva: “Finché una tessera di partito conterà più dello Stato, non ce la faremo mai a vincere”    

Non restano che l’indignazione, allora, per come finì la vicenda Fondi e l’auspicio che alla crescita della cultura della legalità si accompagni uno Stato che faccia sempre e dovunque la sua parte. 

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