
Adesso che sono arrivati tutti i verdetti, voglio per una volta dedicarmi al calcio e in particolare al fortuito incontro con l’allenatore del Frosinone, Massimiliano Alvini, artefice dell’impresa del ritorno in serie A della squadra ciociara. E’ noto che io di calcio capisca poco, rispetto i “soloni” dell’ovvio e chi davvero sa di tecnica e tattica. Apprezzo chi – ma sono pochissimi – non ha peli sulla lingua.
Premessa doverosa per fare i complimenti, con qualche settimana di ritardo, al Frosinone tornato in serie A e a quella sera a cena al “Pepe Rosa”, dall’amico Paolo, una garanzia nel centro storico del capoluogo. C’era Alvini con alcuni collaboratori, uscendo mi avvicino per salutarlo ed esprimere il mio apprezzamento per come stavano andando le cose. “Mister, adesso posso venire allo Stirpe, sa com’è la scaramanzia, finora non avevate mai perso….” E lui: “L’aspetto, ma oggi abbiamo giocato la migliore partita del campionato”. Era quella persa poche ore prima con il Venezia. Lì, io che sempre ne capisco poco, ho detto che il ritorno in A era praticamente cosa fatta. Quando un allenatore sconfitto commenta in quel modo – senza cercare scuse – se lavora in una società che nel mio periodo alla guida del Messaggero di Frosinone e anche dopo non ho mai sentito lamentarsi con gli arbitri (con i giornalisti ogni tanto sì, ma fa parte del gioco….) se la squadra dà spettacolo e ci mette pure la “tigna” è difficile non arrivare in fondo.
Al mio arrivo conobbi Fabio Grosso, autore di una straordinaria cavalcata ma capace di comunicare il suo addio solo con un sms. L’anno dopo, in A, Eusebio Di Francesco, capace di buttare alle ortiche una salvezza già conquistata e del quale per l’intero campionato successivo – quando aleggiava persino lo spettro della C – si parlava nei bar cittadini. Una ferita che resta aperta, quella retrocessione, con un mister che anziché costruire come gli si chiedeva è andato via ed è retrocesso ancora a Venezia ma finalmente è riuscito a salvarsi a Lecce. La genuinità di Alvini rispetto a loro due vale molto di più.
Il ritorno del Frosinone in A (raggiunto ieri dal Monza dopo i play off, con Palermo che aveva uno squadrone ma è rimasto in B) dice tante altre cose. Anzitutto a quel personaggio singolare di Claudio Lotito, presidente della “mia” Lazio. Mia e di tutti i tifosi che lui ha allontanato, deriso e sbeffeggiato, prendendo in giro la storia di una società gloriosa che nelle sue mani rischia di finire miseramente. E’ troppo presuntuoso per chiedere a Maurizio Stirpe, presidente del Frosinone, di capire il suo “modello” al quale manca solo la conferma nella massima serie. Poi lo dice a un movimento, quello del calcio, che piange per non essere andato ai Mondiali per la terza volta di fila ma non ammette le sue colpe. A cominciare dai “procuratori” nelle giovanili e per finire all’invasione di troppi brocchi stranieri mentre qualche nostro ragazzo andrebbe valorizzato.
Ora Giovanni Malagò, uno che di risultati se ne intende (ma sui conti di Milano/Cortina sono stati sollevati molti dubbi) sarà chiamato al capezzale di un paziente moribondo e cercherà di sistemare le cose. Senza una vera “rivoluzione”, però, che parta dai settori giovanili e che sappia programmare (chiedere a tennis, volley, rugby, atletica, nuoto….) difficilmente si andrà lontano.
Allora di questa stagione – scellerata per la Nazionale e per la “mia” Lazio, meglio la genuinità e il bel calcio di Alvini, insieme la “tigna” ciociara. “Ma solo“, direbbero a Frosinone.
Ps: Allo “Stirpe” non sono riuscito ad andare, però ho una mezza idea per la prossima stagione
Ps1: Adani commenterà ancora per quanto le partite della Nazionale?
Ps2: A che serve mettere la mano davanti alla bocca quando si è sotto di 3 gol e si deve battere una punizione?