Radio Radicale e gli altri “bavagli”: è questione di libertà

Vediamoci domani a piazza Venezia, a sinistra dell’altare della Patria, dalle 11 alle 13. Ritroviamoci per la manifestazione a sostegno di Radio Radicale ma, più in generale, per il diritto alla pluralità di espressione in questo Paese.

Chi ha la bontà di seguire questo spazio sa che non ho mai fatto questioni di “casta” e conosce bene come la penso su chi il mestiere di informare lo ha scambiato per altro o vìola le regole.

Ma il punto è un altro e riguarda la libertà di tutti noi. Il sottosegretario Crimi – magistralmente definito un “ex emarginato” da Salvatore Merlo sulle colonne del Foglio – ne ha fatto una questione quasi di principio. Il servizio pubblico? Lo fa la Rai, l’attività di Radio Radicale (che costa 10 volte di meno) non è più necessaria. Il sottosegretario – e la truppa grillina che da anni dice che il sostegno all’informazione va eliminato – ha ribadito che la convenzione non sarà rinnovata e sa bene che questo equivale a far chiudere Radio Radicale e mandare disperso il patrimonio – sì, il patrimonio – di un archivio che ha un valore inestimabile. Mettere a tacere l’unico strumento attraverso il quale – ma è solo l’ultimo esempio – abbiamo seguito dalla prima all’ultima udienza del processo sul sangue infetto a Napoli. O attraverso il quale, liberamente e autonomamente, ciascuno può farsi un’idea sul processo Cucchi o i lavori di un congresso di partito – di qualsiasi partito – su una commissione parlamentare o un convegno. Ma Radio Radicale deve tacere, a seguire – lungi dal toccare quelli che loro chiamano “i giornaloni” – toccherà agli altri media. A quelli locali, per esempio, senza i quali intere comunità resterebbero prive di un punto di vista prima ancora che di un mezzo di informazione. Anzio e Nettuno, senza “Il Granchio”, sarebbero più povere. Ah certo, c’è la “disintermediazione“, c’è la verità “della rete“, ci sono i “prosumer” e tutto quello che vi pare, ma senza alcune voci tutti saremmo più poveri. E questa – unita alle querele temerarie, ai tagli alle agenzie di stampa – è un’altra forma di bavaglio. E poi non avrebbero spazio i deboli, ad esempio, perché se viene meno il sostegno e chiudono “il Manifesto” o “Avvenire”, nessuno si occuperà dei diritti di chi non ha voce e paga già il cosiddetto “digital divide” ovvero non ha accesso alla “rete” come tutti. E parliamo di realtà agli antipodi per i due quotidiani citati.

Ecco che la battaglia non è per Radio Radicale, ma per tutti. Lo ha riassunto bene Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa, nella conferenza di qualche giorno fa proprio alla Fnsi: “Riteniamo che la mobilitazione che si è creata non sia una un qualcosa di facciata.
Appartiene alla storia democratica di questo Paese, appartiene soprattutto alla tradizione del pluralismo dell’informazione di questo Paese. Quando parliamo di radio radicale parliamo di una una voce che incarna uno spirito di libertà, lo spirito dell’articolo 21 della Costituzione. Il diritto di informare e soprattutto il diritto dei cittadini ad essere informati, dare voce a tutti anche a coloro di cui non si condivide il pensiero. Questa è una grande lezione di democrazia, una lezione che non può essere spenta da un provvedimento che più lo guardiamo e più ce ne convinciamo è dettato da ragioni meramente ideologiche

Anche il consiglio comunale di Anzio si è unito ai tanti, in Italia, che hanno sollecitato una soluzione. La proposta della capogruppo Pd Anna Marracino ha trovato il favore di tutti, grillini esclusi. E non c’erano dubbi sul fatto che il sindaco, al quale Radio Radicale si era appellata come a tutti i primi cittadini, avesse già aderito. Ci sono questioni che vanno oltre le appartenenze.

Poi ci sono le ragioni di chi propone e difende il provvedimento: la gara, la convenzione prorogata, i soldi da risparmiare dicendo basta ai finanziamenti di Stato all’informazione e via discorrendo. Bene, la gara c’è stata, se ne faccia un’altra se il governo vuole, partecipasse pure la “Casaleggio e associati”, così magari scopre che è facile fare soldi grazie ai “contratti” sottoscritti dai parlamentari, meno se si fa una impresa come quella che Radio Radicale ha messo in piedi anche grazie alla convenzione prorogata, certo.

E ci vogliamo mettere i fondi all’editoria? Ma sì, dai… C’è chi ha rubato ed è stato perseguito, ma ci sono quelli che le regole le rispettano. Ci sono tanti “Granchio” in Italia che per ottenere il finanziamento hanno assunto, pagano i contributi, fanno parte della economia di un territorio. Se chiudono, è un male non solo per l’informazione ma per il tessuto produttivo fatto di stipendi pagati e spesi per fare acquisti nelle realtà dove si vive e lavora.

Eh – dicono i duri e puri a 5 Stelle – è il mercato. Se ce la fai resti aperto, altrimenti fallisci“. A parte che parliamo di diritto ai cittadini di sapere e di avere la possibilità di confrontare più voci/opinioni – tanto che in Canada il governo ha deciso di investire 600 milioni di dollari – e non di scarpe, maglioni o qualsiasi bene di consumo vogliate, ma proviamo a seguirlo il ragionamento. E diciamo pure: ok, togliamo il finanziamento a Radio Radicale, togliamo i sostegni all’editoria, ma allora eliminiamo le agevolazioni fiscali per chi assume, la cassa integrazione in caso di crisi, gli sgravi se fai i lavori in casa o acquisti i mobili. Togliamo tutto: chi sta sul mercato, ci rimane, chi non riesce pazienza. Addio agli “ammortizzatori sociali“, evviva, ma se hanno quel nome ci sarà un motivo. Dai, ci arrivano anche gli “ex emarginati” a capirlo.

Buona Pasqua, ci vediamo a piazza Venezia. Per Radio Radicale e per la libertà. Di tutti.

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