Pino Daniele, quel 33 giri e un “amore”. Ciao e grazie

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Un incontro quasi casuale, un barista al campeggio che dice “senti questo…” C’erano i 33 giri, all’epoca, e io non avevo ancora 15 anni. Era il 1982, l’anno dei mondiali vinti, l’anno di “Bella ‘Mbriana”. Ho conosciuto così la musica di Pino Daniele e da allora non l’ho più lasciata. Andavo già in radio con un programma tutto mio, la musica anni ’80 – dopo una iniziale infatuazione per i Pooh, ebbene sì – non è che mi appassionasse molto. E così mandavo De Gregori, Dalla, Bennato, poi Guccini, De Andrè, anche Paolo Conte, Bertoli….

Di Pino conoscevo la popolare “Je so pazzo” e negli studi di Radio Omega sound avevamo quell’album dove c’è lui in copertina che si fa la barba. Invece con “Bella ‘Mbriana” – sarà perché ricorda uno spirito benefico – fu “amore” a primo ascolto. I precedenti “Terra Mia”, “Pino Daniele”, l’immenso “Nero a metà”, “Vai mò”, ascoltati a più riprese, quasi “divorati”, in quel misto di blues, jazz, musica partenopea che tra chitarra e voce inconfondibile solo lui sapeva mettere insieme. Fino all’84, al concerto di Nettuno del quale conservo gelosamente un’immagine, il biglietto e l’autografo regalatomi da Antonio – un amico che era nel backstage – un anno dopo, per il mio diciottesimo compleanno. L’84, “Musicante”, i “Lazzari felici”, una musica che andava cambiando, e “Sciò” – il doppio live che acquistai risparmiando il possibile. E quel concerto al Palasport di Roma, nell’85, per “Ferryboat”, con Steve Gadd alla batteria e lo striscione “Se ‘ncontrassimo a Gesù c’essemo a ‘mbriacà”. Mio padre, alla fine, venne a riprendermi. Dormimmo nella cabina del camion aspettando che aprissero i mercati generali, dove lui doveva come sempre andare la notte per caricare frutta e verdura…

E il concerto di Anzio, nell’87, per “Bonne soireé”, quando cominciavo – cominciavamo – a criticare certe scelte. Solo dopo avremmo capito che Pino era avanti, sperimentava, aveva collaborazioni inimmaginabili. Che emozione quella Renault Espace che arriva in via dell’Oratorio di Santa Rita, fuori al campo di baseball di Anzio, con lui passeggero che si ferma a parlare con noi in attesa. Il sound chek sulle note inconfondibili di “Toledo”, poi i cancelli che si aprono, l’avvio del concerto e lui che dice “stuta a luce” perché uno zelante commissario di polizia voleva che uno dei fari restasse acceso per ragioni di sicurezza…

Che collaborazioni in quegli anni, che ricerca, anche se “Schizzechea with love” o “Un uomo in blues” ci facevano dire che non era più lui. Che concerto al “Giulio Cesare” di Roma, solo per gli universitari di Tor Vergata (mi imbucai, ammetto, ero alla Sapienza) lui alla chitarra e Agostino Marangolo alla batteria. Mi sembrava, negli anni successivi, ci sembrava, volersi buttar via con “Che Dio ti benedica” o “Non calpestare i fuori nel deserto”. Poi “Dimmi cosa succede sulla terra” e un nuovo concerto al Palasport, quindi a Latina allo stadio “Francioni”. Ancora “Medina”, quando al teatro “D’Annunzio”, sempre a Latina, dopo circa un’ora d’attesa della conferenza stampa decidemmo che saremmo andati via. La manager milanese, sentito che avrei fatto un’Ansa con Pino che disertava l’incontro, si precipitò a risolvere la situazione. Era uscita poche settimana prima la notizia dell’abuso alla villa di Sabaudia e gli chiesi questo, lui “Che c’azzecca?” “Beh, abbiamo aspettato un’ora, una risposta è dovuta...” e la prese ridendo: “Lo fanno tutti, ja” e poi prendendo la targa del Comune “Oh, n’è che sta ‘a Finanza cca….”. Concerto intimo al teatro, bello, con le inconfondibili note di “Senza e te” o di “Sara”. Nel 2002 Avevo i biglietti per il concerto di Spello con Ron, Mannoia e De Gregori ma un paio di giorni prima mamma se ne andò. All’improvviso e troppo presto. Per anni non sono andato a concerti o spettacoli. Nel frattempo era uscito “Passi d’autore”, mi sembrava – ci sembrava – un riavvicinarsi alle origini. Poi “Iguana cafè”, ancora ricerca, ancora collaborazioni, quindi “Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui”. La raccolta “Ricomincio da 30” e quei biglietti per piazza Plebiscito a Napoli – 2008 – trovati in extremis e non utilizzati per… omissis.

Mi mancava di vederlo solo lì, intanto “Electric jam”, poi “La grande madre”. Non perdevo un’uscita in tv, ho cercato e conservo l’introvabile intervista a Gianni Minà dopo il concerto di piazza Plebiscito dell’81 con duecentomila persone e lui: “Agg’ avuto paura”, ma anche “Qualcosa arriverà” che chiude il film “Le vie del Signore sono finite” con il grande Massimo Troisi. Non ne faceva mai cenno, diceva quando gli chiedevano che fingesse di essersi “appiccicato” con lui. Già, “o ssaie comme fa o core”. Intanto il mio tentativo, vano, di farlo conoscere e apprezzare alle mie figlie che questa mattina, comunque, si sono dette “dispiaciute” della notizia.

E Napoli, finalmente, il concerto al Palapartenone “Tutta ‘nata storia”, 28 dicembre 2012. Io e Sabrina, unici non napoletani in pratica, una serata memorabile condita dalle mie lacrime, una situazione indescrivibile. Decisi lì che non sarei più andato a un concerto di Pino, quello era stato il massimo.

E quello – insieme a ciò che ho ricordato in queste righe scritte con una grande Appocundria (malinconia…) tutti gli altri momenti legati alla sua musica – porterò sempre nel cuore. Grazie Pino. Grazie.

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