Applausi e lacrime. Ancora grazie Pino

ciaopino

No, non ho mai battuto le mani così forte. Io che ai funerali mal sopporto chi applaude, stavolta al Divino Amore ero con tutti quelli che ti stavano dando l’ultimo saluto e non ho resistito. Non potevo resistere. Ma le mani così forte e così a lungo no, nemmeno ai tuoi concerti caro Pino…

Ripercorrevo in questi strani giorni, con amici e in famiglia, il legame che si era creato con la tua musica. Ho scritto di getto, quando ho saputo della tua morte, mettendo insieme episodi di vita legati ai tuoi album e alle tue esibizioni, a qualche aneddoto (se quella volta ad Anzio ci fossero stati i “selfie” che immagine conserverei, invece è solo mia, come quella della conferenza a Latina…), alla passione mai sopita per la radio. Mai avrei potuto fare una diretta, oggi, per esempio.

Al Divino Amore eravamo tanti, molti di più ti hanno aspettato a Napoli, quasi hanno “costretto” i tuoi familiari a farti avere un saluto anche lì. Che forte quel padre Renzo: pane al pane e vino al vino, uno che ti conosceva e che ha fatto un appello che spero possa essere raccolto. Perché non meriti di fallire “come uomo e come padre” , così ha ricordato il sacerdote. No, non lo meriti, speriamo la tua famiglia comprenda.

E che strano trovarsi fianco a fianco con Fiorella Mannoia che abbraccia teneramente un ragazzo disabile, quasi sorreggere un Tullio De Piscopo sconvolto mentre passa la bara, vedere così da vicino James, Tony, Gigi… la tua band, quella che ci hai fatto amare con la tua, la vostra, alla fine la nostra musica.

C’erano tanti “vip” provati, qualcuno che vip non era ma si è atteggiato per entrare nell’area riservata e chiamava in continuazione chi potesse dare il “pass” e chi – invece – era in fila (Umberto Tozzi, Fabrizio Frizzi) e si è mischiato a tutti quelli che erano lì per dirti semplicemente una cosa: grazie. Gente della mia età, persone più grandi, mamme con figli e nipotini al seguito, tanti giovani. Generazioni unite dal messaggio che ci hai mandato, dall’universalità della tua musica, da quell’essere “intorno al mondo” come mi capitò di scrivere anni fa per un tuo concerto a Latina. Intorno e dentro al mondo, ai suoi cambiamenti, alle sue contraddizioni, alla musica che alla fine è una e una sola ma che hai saputo interpretare come pochi e coinvolgendo tanti colleghi. Senza guardare il genere, anzi arricchendo tu loro e viceversa. Lo dicono i profili dei social network di grandi musicisti di mezzo mondo, lo hanno detto quelli che oggi erano lì, gli altri che stasera sono stati a Napoli.

Allora batto le mani ancora più forte, come non avevo mai fatto, e piango. Perché in quel santuario che prima di oggi non conoscevo, è come se avessi partecipato a un tuo ultimo concerto. Perché eri lì mentre andavano “Napule è” o “Quando”, “Qualcosa arriverà” o “Quanno chiove”, e con te cantavamo a squarciagola, il volto rigato dalle lacrime. Un concerto vero e proprio no, ha ricordato padre Renzo che eravamo lì da cristiani e ha ragione, ma so che era importante esserci.

Perché se è vero – come gridava una signora vicino a me – che le tue canzoni “non moriranno mai”, oggi dovevamo essere lì. Da appassionati e da credenti. A battere le mani, forte e ancora di più. E a piangere.

Ancora grazie, Pino. Grazie.

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