Nel mondo del baseball si dice che “c’è sempre un diamante sul quale ci rincontreremo” e oggi che Alessandro Tiberti ci ha lasciato sono certo che andrà così. Su un campo – quello di Nettuno – ci eravamo conosciuti, era l’inizio degli anni ’90, sullo stesso campo ci siamo salutati l’ultima volta. Era il 12 agosto, al “Borghese” c’erano i play off tra Nettuno 1945 e Macerata.
“Ma ci sei?” – mi avevi chiesto al telefono. E io “Certo, ci vediamo stasera”. Ironia della sorte, al parcheggio di fronte allo stadio arrivammo nello stesso momento.
Un abbraccio, poi la domanda sulle condizioni di salute che sapevo non essere delle migliori, anzi. “Me la cavo dai, ormai sono anni che ci convivo”. E quel sorriso, il suo, quello di sempre. Come di tanti anni prima, lui all’agenzia Area io a Latina Oggi, lui a Rds e io a seguire le partite per Radio Omega Sound e il Granchio. Lo volemmo al nostro fianco per i 15 anni della testata, eravamo di fatto partiti insieme e a quella realtà era rimasto legato.
Tra le esperienze avventuroso e indimenticabile il viaggio che facemmo fino a Parma per le finali del ’96, con il Nettuno avanti 3-0 nella serie. “Evitiamo l’autostrada, facciamo da Orte a Cesena e poi la via Emilia”. Un po’ come dire che per andare da Roma a Napoli passi prima per Viterbo. Ma le finanze erano quelle che erano e l’autostrada una spesa di troppo, solo che partiti con largo anticipo e fermatici vicino casa sua, il viaggio durò un’eternità sulla E45 e decidemmo – in extremis – di prendere l’autostrada. Risultato? Allo stadio “Europeo” arrivammo in contemporanea con il pullman dei tifosi del Nettuno, partito praticamente tre ore dopo di noi. “Sete magnato?” ci chiese la mamma di Mauro Cugola, ovviamente la risposta era negativa, ma ci salvarono le banane della signora. Nettuno perse il quarto e il quinto incontro, al sesto arrivò la vittoria e per fare quelli “fighi” io facevo l’esperto in un suo collegamento e Alessandro in un mio. Poi altre finali, come quella in cui mi disse “non posso venire, sto in studio, ti colleghi te?”. Cosa che feci, raccontando in diretta che lo scudetto andava al Parma, perché gli arbitri dopo una dura contestazione avevano lasciato il campo. E poi, ancora, la sera che dovevamo andare in diretta ma Giuliano Salvatori – al secolo Bughele – accese il suo trattorino. Alessandro, con l’educazione che gli era proverbiale, disse “scusi, dobbiamo lavorare” e lui “tengo da lavora’ pure io”. Finì con una risata e comunque in diretta ci andammo. Nel frattempo, dopo anni di precariato, era arrivato a Rai Sport e io al Messaggero, ci eravamo incontrati in qualche occasione per le elezioni dell’Ordine (“ti candidi e non mi hai chiesto il voto, ma tanto te lo do lo stesso”), sentiti più di rado, fino all’estate scorsa. “Sai, quest’anno rimandiamo le finali in diretta e voglio riprendere un po’ di contatto con l’ambiente”. Perché i giornalisti, quelli veri, e Alessandro lo è stato, fanno così: vanno, vedono e raccontano.
Lui avrebbe dovuto seguire la finale e così era venuto a vedere dal vivo. “Ma riesci a venire? Tanto è Parma e San Marino, mi sembrano le meglio attrezzate. Certo Bologna, una delusione, mentre Grosseto se facesse una sola squadra magari tornerebbe a vincere…” Non solo era venuto a vedere, si era preparato. Come fanno i giornalisti, ripeto quelli veri. Inevitabile parlare del Nettuno, di quello grande che avevamo conosciuto e vissuto insieme, di Marco Ubani andato via troppo presto, dei nostri aneddoti, del fatto che il baseball in Italia avesse perso da tempo quel poco appeal che aveva. “Guarda – gli dissi – che se promuovono bene il baseball5 forse qualcosa si recupera”. “Ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai seguito, magari dopo la finale chissà. Ma riesci a venire?”
Gli risposi che ce l’avrei messa tutta, invece non ce l’ho fatta e nemmeno l’ho più sentito da quella sera. Porto con me l’ultima chiacchierata, tanti bei ricordi e l’assoluta certezza che sì, c’è un diamante sul quale ci ritroveremo. Ciao Alessandro!
