Addio Presidente. Bella, burrascosa, ma una grande esperienza

Giuseppe Ciarrapico (foto http://www.ilmessaggero.it)

A Delgià, tu m’hai tradito. Però sei bravo“. Lo aveva detto con la sua inconfondibile voce un po’ roca, sul romanaccio, ed era il suo modo di esprimere la sua stima nei miei confronti. Lo aveva detto una volta, incontrato in un locale a Latina, e una seconda ai funerali di Ajmone Finestra. Stringendomi sempre forte la mano. Giuseppe Ciarrapico, “Peppino” per molti e “il Ciarra” per altri, è stato per il sottoscritto sempre il Presidente. Sì, il rappresentante – anche se formalmente si affidava a personaggi di varia estrazione, compreso uno che faceva le previsioni del Lotto – del gruppo editoriale per il quale ho lavorato 13 anni. Quello dei giornali locali di Ciarrapico, appunto, in particolare “Latina Oggi”. Sono solito dire che avendo fatto esperienza con lui, posso lavorare con tutti.

Ho aspettato un po’ prima di ricordare il Presidente, scomparso nei giorni scorsi. Ho voluto leggere anche un po’ di ricostruzioni, alcune reali altre fantasiose. Ho rimesso insieme, allora, la mia esperienza e qualche aneddoto che affido a chi ha la bontà di seguire questo spazio.

Intanto era nato lo stesso anno di mio padre (1934) al quale quando parlavo di Ciarrapico rispondeva da “basista” Dc “ah sì, ma è andreottiano” sottolineando – fra l’altro – che tanto avevo rotto le scatole ma poi con un democristiano ero finito. Eppure fino al ’99, alle Europee di quell’anno, “Latina Oggi” è stato il più bel giornale nel quale lavorare. Sì, era di Ciarrapico, ma non aveva mai messo bocca. Mai.

Ci aveva invitato una sera da Rosati – e Lidano Grassucci ricorda bene l’episodio dei vestiti che ci facemmo prestare per l’occasione – si era affacciato nel ’94 per la discesa in campo di Berlusconi, aveva iniziato a convocare a Roma (e farceli incontrare lì, spesso chiamato da loro…) i politici pontini, ma si era tenuto ai margini. Aveva altro da fare, come imprenditore, ma i guai giudiziari e la necessità di salvaguardare le imprese attive nella sanità anche attraverso la sua uscita di scena, lo fecero tornare al suo grande amore: l’editoria.

Lui che aveva messo in circolazione, dagli stabilimenti di Cassino, libri “scomodi“, lui “fascista” dentro ma democristiano di nome e di fatto, raccontava che da un viaggio negli Stati Uniti ebbe l’intuizione della stampa locale. Era con il suo grande amico, il principe Caracciolo, dal quale lo dividevano le idee politiche non certo l’interesse per le imprese. “Fanno un giornale nel Bronx? Lo faccio pure io“. E visto l’intuito che non gli mancava, si era affidato al “Conte”, al secolo Paolo Brunori, strappato dalle “province” del Tempo che a quell’epoca vendeva senza problemi, il quale aveva messo insieme una squadra di esperti e giovani di belle speranze. Quando ci parlai, la prima volta, per scrivere di baseball da Anzio e Nettuno, tornato a casa lo dissi a Marcello Ciotti, giornalista Rai che era un po’ il nostro “tutore” sul territorio. Nostro nel senso di chi voleva tentare l’avventura in questo straordinario mestiere. “Ho parlato con un certo Brunori…” E lui: “Paolo Brunori?“, confermai “Sì sì, Paolo Brunori“, al quale seguì “Altro che certo Brunori, sai chi è? Si vede allora che vogliono fare una cosa seria“. E la fecero, fino a quando il Presidente non entrò solo nell’impresa ma volle “deciderlo“, il giornale, dettarne la linea. La fecero al punto che non hanno mai saltato uno stipendio, ad esempio, nemmeno con lui in carcere per Tangentopoli

Dagli iniziali incontri di “gruppo” con i colleghi ciociari o del Molise, abruzzesi e delle altre realtà laziali, che somigliavano a gite fuori porta nelle quali il Presidente somigliava più al bonario Aldo Fabrizi che al “padrone” dei giornali dei quali pure ci illustrava dati e prospettive, si era passati a quelli sui candidati da sostenere, fino alle sue dettature di improbabili editoriali o alla scelta su chi poteva finire sul giornale e chi non. Incontri a volte seriosi, altri goliardici, altri ancora da “re” decaduto ovvero passato dal premio Fiuggi accanto a Gorbaciov a voler incontrare il sindaco di Santi Cosma e Damiano.

Alcuni episodi? “Aho, portala via… Ma tanto prima o poi la fonte me la riprendo“, disse a un cameriere che pensando di fare cosa gradita portò in tavola bottiglie di acqua “Fiuggi”. O quando per giustificare l’uscita del lunedì, dopo l’accordo con “il Giornale” per uscire insieme a Latina Oggi (il più venduto del gruppo) di fronte alle nostre titubanze disse: “E mica a Paolo Berlusconi posso di’ a zappà la vigna nnamo insieme e a coglie l’uva vado da solo“. E quando di fronte agli annunci “hard” pubblicati sui quotidiani argomentò prima dicendo che non erano il massimo per le sue pubblicazioni, poi di fronte a uno dei personaggi che aveva preso dal nulla e fatti diventare amministratori che ribatteva “presidente, entrano 15 milioni al mese….” si girò verso il direttore e disse “aho, nse po’ fa….” O quando, senza mezzi termini, diceva a qualche collaboratore “te caccio…” solo perché aveva avuto l’ardire di sentire un politico a lui non gradito O – ancora – il racconto della conoscenza con la Cucinotta, i racconti del breve periodo da presidente della Roma, quelli della conoscenza con Andreotti a Gaeta, in una pescheria, le serate nella villa al Circeo, la telefonata a urne appena chiuse per sapere chi avesse vinto, le visite al “Campo della memoria” a Nettuno o i “compiti” che assegnava a qualche collaboratore o la visita a Ninfa con la De Gregorio che avrebbe scritto della festa della fondazione di Littoria, mai avvenuta. E tanti, tanti altri episodi.

Ebbe l’intuizione dei media locali, sapeva di cosa parlava, come qualcuno ha scritto conosceva l’odore del piombo ma dietro ai giornali ha fatto il suo ultimo errore imprenditoriale, inseguendo i soldi facili del finanziamento all’editoria.

Me ne ero già andato, insieme proprio a Lidano, di lì a poco sarebbe nata una nuova sfida. Eravamo pronti, ma decidemmo un 26 dicembre quando il Presidente piombò in redazione mica per gli auguri, ma per una delle sue sfuriate. Era troppo. A quel punto avevamo ufficialmente “tradito“, perché lui di quella intuizione aveva fatto -nella propria mente – una sorta di “manipolo“. Era il suo modo, forse, per restare “fascista”. Non lo nascose da candidato al Senato, in posizione eleggibile, per volontà di Berlusconi che secondo quanto si vociferava lo ricompensò così dell’accordo sul lodo Mondadori di anni prima.

Ha attraversato prima e seconda repubblica, Ciarrapico, e con lui come ha scritto sul Messaggero Marco Ventura “se ne va un mondo che non tornerà più“.

A me piace tenere quel complimento alla sua maniera, riconoscendogli che senza quella intuizione nel Bronx e gli anni trascorsi nel suo gruppo, forse oggi farei un altro mestiere. Che esperienza, Presidente, bella e burrascosa. Sicuramente grande.

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