Addio Alì, campione nella boxe e contro il Parkinson

alì

Alì con la fiaccola Olimpica (www.olympic.org)

Mio padre diceva di essere in buona compagnia per il morbo di Parkinson. D’altro canto ce l’avevano Papa Giovanni Paolo II e Muhammad Alì, il campione di boxe che proprio lui mi fece conoscere e amare. Oggi che il mito della boxe se n’è andato chissà se da qualche parte papà avrà modo di incontrarlo….

Il Parkinson è una malattia subdola, della quale non si conosce la genesi, finora si interviene esclusivamente sulla sintomatologia e in questo sono stati fatti passi da gigante. E Muhammad Alì come lottava sul ring, così ha fatto nei confronti del male. Indimenticabile la fiaccola olimpica accesa ad Atlanta 1996 (qui un video) e stupendo, ancora oggi, il pezzo di Emanuela Audisio per Repubblica che leggemmo con mio padre, commuovendoci.

Zi’ Carlo, come tutti amavano chiamare papà, era convinto che se personaggi così celebri avevano da combattere con il Parkinson qualcosa prima o poi sarebbe stato scoperto. E disse chiaramente al professore che lo curava, mentre parlavamo di un possibile impianto di neurotrasmissione (una sorta di pace maker alla base del cervello) “se funzionava, professo’, lo facevano al Papa, lascia perde va….” Vai a dargli torto.

Non c’è ancora stata la scoperta decisiva, anche se notevoli passi in avanti sono stati compiuti, ma sul ring della vita, contro la malattia, Alì ha fatto tanto. Tantissimo. Forse più che negli incontri di boxe che per alcuni medici possono aver scatenato in lui il morbo ma che restano nella storia della “noble art“.

Con le sue mani tremanti, la voce che faceva fatica a uscire, il volto segnato, i movimenti incerti Muhammad Alì andava in giro e raccoglieva fondi per la ricerca. Ripeteva a ogni angolo che sono attraverso la scienza si può capire e provare ad avere ragione di una malattia che colpisce l’1-2% della popolazione oltre i 60 anni ma si manifesta – sempre con maggiore frequenza – in età giovanile. L’ha fatto fino all’ultimo, prima che le complicanze – da una semplice infezione alle difficoltà respiratorie che il morbo porta con sé – glielo hanno consentito.

Un campione nella boxe, certo, ma soprattutto contro una malattia che lo ha consumato. E se prima o poi qualcosa sarà scoperto, lo dovremo anche a lui e a tutti i malati che si sottopongono a terapie sperimentali, che affrontano con dignità la loro condizione, che non sono Alì ma combattono anche grazie a lui.

Un campione che ho qualche motivo in più, lo avrete capito, per amare.

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