Porto: corsi, ricorsi storici e una strana maggioranza

capodanziobilanciMancano Piero Marigliani e Bruno Tuscano. Chiamiamoli e affidiamo subito il porto, dato che Marinedi e Renato Marconi possono stare, tranquillamente, a Marine Investimenti e ad Erasmo Cinque.

Era l’inizio degli anni ’90, Luciano Bruschini era sindaco, Giorgio Zucchini assessore come adesso, c’erano Aurelio Lo Fazio e Luciano Mingiacchi in giunta – oggi rappresentati da familiari sia pure all’opposizione – Nolfi era un big delle preferenze nella sezione 14 (Viale Severiano) e pure lui oggi ha una rappresentante. C’era ovviamente Patrizio Placidi che è ancora al suo posto e Alessandroni sarebbe entrato di lì a poco via Psi. C’erano Renato Amabile, Pasquale Perronace e un giovane Candido De Angelis, allora “dissidente” nella Dc insieme a Marco Garzia e Umberto Succi.

Corsi e ricorsi storici, insomma. Una premessa necessaria, questa, per parlare del porto e di quella che alla luce degli sviluppi può sembrare paradossalmente un’occasione mancata 23 anni fa… Allora per volontà di Marigliani che in campagna elettorale per le regionali presentò in pompa magna il plastico del “suo” porto, si doveva scegliere una società creata appositamente e con 20 milioni di lire di capitale sociale. Gli attuali 10.000 e rotti euro. Un progetto scelto al posto di quello di Condotte d’acqua, azienda di fama internazionale. Così aveva deciso la politica, la stessa che con ruoli diversi ha continuato a dire la sua ad Anzio e fuori sull’attuale e ormai naufragato progetto di porto.

E arriviamo ai giorni nostri, all’ingegnere Renato Marconi che ha inventato Italia Navigando, ha convinto il governo a investire sulla rete dei porti, è entrato in società ad Anzio come pubblico e poi ha sistemato la sua vertenza con la società prendendo 16 milioni di euro di “liquidazione” in quote di porti operativi o da realizzare ma addirittura di uno in liquidazione. Il tutto nell’assoluto silenzio della Corte dei Conti e con la benedizione del Tar Sicilia, come ci ha ricordato Bruschini nell’ultimo consiglio comunale. 

Oggi ad Anzio è di fatto Marconi che decide. 

Riassumendo l’intervento del sindaco: 1) le lettere spedite ai potenziali acquirenti sono “Marina di Anzio” perché così si fa a livello internazionale, quindi pazienza se noi siamo sempre stati e continuiamo a essere un porto; 2) è stato avviato un altro procedimento, ma non dice quale, anche con la Regione Lazio; 3) gli obblighi previsti dalla concessione sono rispettati, ma qui sorge qualche dubbio a leggere la concessione e gli accordi sottoscritti; 4) Mare 2 – oggi Marinedi – è pronta a lasciare le quote “al prezzo dovuto” mentre il Comune parla di “valore nominale”, par di capire però che la cosa è superata visto che Marconi sta svolgendo tutti i procedimenti che la Capo d’Anzio non può fare perché non ha soldi; 5) si sta facendo una “gestione modulare” del progetto; 6) una delle alternative è vendere la società; 7) l’assetto societario che c’era non è cambiato, peccato il socio sia diverso da quello “imposto” dalla scissione di “Italia navigando”; 8) il fatto che sia pubblico ha allontanato gli imprenditori, “nessuno ha interesse”, evidentemente tutti tranne Marconi. 

Alcune considerazioni: a chi gli diceva che serve trasparenza il sindaco ha ribadito che nessuno lavora all’oscuro. Peccato che per sapere che il 18 giugno 2013 il socio privato è disposto a versare 200.000 euro a patto che “i soci diano corso al nuovo percorso di sviluppo già approvato il quale (…) garantisce l’effettivo proseguimento dell’oggetto sociale” è stato necessario che un umile cronista andasse a fare una banale visura camerale per scoprirlo. A cosa corrisponda quel percorso e come si ponga rispetto alle carte messe insieme finora nessuno l’ha detto. Altro che trasparenza. E senza quella visura non sapremmo del nuovo percorso né del prestito “a titolo fruttuoso” perché sul sito del Comune che è ancora socio di maggioranza i bilanci della Capo d’Anzio non ci sono.

A tale proposito il segretario generale ha nulla da dire? Inutile, poi, cercare sul sito della Capo d’Anzio che come si vede nella foto è fermo al bilancio 2010 ma fa risultare la società ancora nella “rete Italia navigando”. Complimenti… 

Il sindaco ha ripetuto a più riprese di “aver letto da qualche parte” ciò che di recente è stato scoperto da questo umile blog. Ecco, “qualche parte” si chiama blog, è del sottoscritto, e un sindaco 3.0 (o lo era solo in campagna elettorale?) dovrebbe sapere di cosa stiamo parlando.

Strano, infine, che si voti contro due ordini del giorno che non chiedono altro che la conferma di mantenere il porto pubblico dopo che il 19 luglio del 2012 si era votato all’unanimità. Lo avevano fatto molti degli stessi consiglieri attuali di maggioranza. Ma allora vogliamo dare il porto davvero a Marconi? Si dica, chiaramente, poi ragioniamo sul metodo. Sono queste mezze ammissioni, scoperte singolari e tutto ciò che sappiamo che non convincono.

Un’ultima considerazione: la maggioranza consiliare che ha respinto i due ordini del giorno per mantenere pubblico il porto ha in quel consesso i numeri per farlo, mentre le opposizioni che li hanno presentati hanno preso – messe insieme – la maggioranza dei voti in città alle ultime elezioni. 

Bruschini sa bene di cosa parliamo. Per questo, prima di decidere, richiami almeno Piero Marigliani….  

Soldi pubblici finiti, si chiude. E la colpa è dei giornalisti

ImmagineStrano modo di essere imprenditori e, peggio, editori. Le cose vanno male dopo aver preso milioni di euro pubblici? Di averlo fatto, secondo la Procura della Repubblica, con qualche imbroglio? E’ colpa della redazione. Suona pressapoco così la nota del presidente della Effe cooperativa editoriale, Davide Rea, che mi chiama in causa dato che per un anno ho diretto l’edizione di Latina.

A parte il pessimo gusto di indicare in quella nota anche una persona che non può più replicare, il buon Rea – leggi Arnaldo Zeppieri – scopre l’acqua calda dicendo che: “L’edizione di Latina è sempre stata connotata dal carattere dell’autonomia ed indipendenza rispetto a quella di Frosinone”. Normalmente, trattandosi di un giornale e non di cantieri nei quali l’editore ha dato ben altre prove, i giornali e i giornalisti hanno una certa autonomia.

Non vengo dalla montagna del sapone, come si dice dalle mie parti, per sapere che soprattutto nei giornali locali gli editori cercano di avere altri tornaconto e che questa autonomia, spesso, deve fare i conti con esigenze diverse.

Nel periodo durante il quale ho avuto il piacere di lavorare per la Effe cooperativa editoriale ho gestito, comunque, in piena autonomia e sempre in sintonia con il direttore Umberto Celani un gruppo di giovani che erano stati scelti per dar vita a un’impresa ma dalla loro non avevano una grande esperienza. Io ho messo a disposizione la mia, prima di intraprendere una strada diversa per motivi personali e professionali, lasciando un gruppo in grado di fare – sono convinto meglio di prima – il suo lavoro.

Rea sa bene, all’epoca si occupava di buste paga, se non erro, che i giornalisti ce l’hanno messa tutta e sa ancora meglio che le “numerose iniziative messe in atto per promuoverne la vendita” hanno ben poco fondamento. Chi l’ha promossa – almeno per l’anno che mi riguarda – sono stati i giornalisti con una serie di “pre venduti” in periodo elettorale che ancora oggi possono essere dimostrati. Lasciando un po’ di autonomia professionale e mettendosi a promuovere un prodotto che si era inserito in un mercato difficile. Si poteva fare meglio? Certamente. Sfugge quali iniziative promozionali ha messo in campo l’editore. In quell’anno, francamente, non ne ricordo.

Prendersela con chi, oggi, cerca di far valere i propri diritti e rivendica stipendi e istituti contrattuali è tipico, il presidente mi scuserà, di chi non ha più nulla da dire.

Eppure sono tante le cose che andrebbero chiarite a chi ha investito su quel lavoro, a chi si è dato anima e corpo nel tentativo di migliorarlo, a chi è stato lasciato via via solo con la chiusura dell’agenzia di pubblicità, senza una promozione, alla fine senza stipendio. Vogliamo parlare del tentativo di andare a firmare la cassa integrazione senza i lavoratori, bloccato in extremis grazie all’intervento delle organizzazioni sindacali? O del “piano di rilancio” per il quale Zeppieri si era impegnato sottoscrivendo in Fieg il primo accordo, poi abbondantemente disatteso?

Certo, i soldi pubblici non ci sono più o sono al centro di un contenzioso e allora è meglio chiudere. Dimenticando, fra l’altro, che al momento di assumere tutti i colleghi – io ero già andato via – la Effe cooperativa ha goduto delle agevolazioni Inpgi sui contributi per neo assunti. E quelli sono soldi dei giornalisti, questi brutti, sporchi e cattivi che si sono permessi di mantenere la schiena dritta e rivendicano i loro diritti nei confronti di chi propone un percorso di chiusura della redazione e di cassa integrazione al di fuori delle norme.

Avere autonomia è il minimo per chi vuole svolgere questa professione. Pensare di avere a che fare con dei sudditi, invece, è tipico di chi pensa di fare l’editore-padrone. Ma solo finché ci sono i soldi pubblici.